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Match-fixing, analisi di un fenomeno mondiale

Ospitiamo un interessante “contributo” sul tema del match-fixing nel calcio, pubblicato di recente sul portale della Polizia di Stato e sulla rivista ufficiale “PoliziaModerna”. Aiuta a comprenderne il fenomeno, le modalità di attuazione e anche quelle di contrasto poste in essere dalle forze dell’ordine. 

(di Cristiano Morabito) – Ci sono avvenimenti che hanno segnato la storia del nostro Paese, in ogni campo, anche in quello dello sport e che restano indelebili nella memoria di chi li ha vissuti. Succede che in una normale domenica calcistica degli Anni ’80 si pensa di andare ad assistere ad una partita di pallone, ma poi ci si rende conto di aver preso parte ad uno dei momenti più bui della storia sportiva italiana. Roma, 23 marzo 1980, 24a giornata del campionato di calcio di Serie A. Allo Stadio Olimpico è appena terminato il match tra la Lazio e il Pescara. Al triplice fischio dell’arbitro, mentre i giocatori stanno per guadagnare la via degli spogliatoi, sulla pista di atletica che ha visto Livio Berruti vincere il titolo olimpico nei 200 metri nel 1960, invece dei velocisti appare una volante della polizia e gli agenti entrano in campo. Il pubblico è frastornato, i giocatori si chiedono cosa stia accadendo e, mentre lo fanno, scattano le manette ai polsi dei laziali Massimo Cacciatori, Giuseppe Wilson, Bruno Giordano e Lionello Manfredonia. Paolo Valenti, lo storico e compianto conduttore di 90° minuto, si trova a dover raccontare un qualcosa che mai avrebbe immaginato di dover fare durante una trasmissione sportiva. Gli spettatori che avevano appena acceso la tv per vedere i goal della giornata assistono ad uno spettacolo scioccante: volanti nei campi da gioco, irruzioni della Guardia di Finanza negli spogliatoi e giocatori in manette. E il tutto quasi alla vigilia di un Campionato europeo che si sarebbe dovuto disputare di lì a poco in Italia. Il calcio aveva scoperto il suo lato peggiore, quello che poi venne battezzato come lo scandalo del “Totonero”.
Una vicenda che scosse dalle fondamenta lo sport italiano, anche per le pene inflitte, le retrocessioni e le squalifiche, ma che si può dire non insegnò molto ai nostri sportivi che ci ricaddero anni dopo e ancora ai giorni nostri. Si potrebbe dire una sorta di “malattia endemica”, difficile da sradicare e altrettanto difficile da combattere e prevenire. Ma sarebbe ingiusto stigmatizzare solamente uno sport come il calcio che, volenti o nolenti, comunque è considerato un vero e proprio fenomeno sociale, che coinvolge milioni di persone con un giro economico di svariati miliardi di euro e con un indotto che ne moltiplica i proventi all’ennesima potenza. Gli scandali nel tempo si sono moltiplicati e hanno colpito anche altri sport più o meno popolari, più o meno “nobili”, più o meno, nell’immaginario collettivo, assoggettabili a combine di vario titolo. Se dovessimo pensare ad altri sport a rischio “aggiustamento”, sicuramente la nostra mente correrebbe alla boxe, con i suoi KO sospetti dopo pochi secondi, o all’ippica, mondo sempre popolato da figure come quella degli allibratori a bordo pista che accettano scommesse più o meno consistenti vendendo la corsa come “sicura”. Ma chi mai penserebbe al basket professionistico americano dell’NBA, vera e propria icona nazionale, o al tennis, dove fior fior di professionisti guadagnano in un torneo più di quanto un impiegato statale guadagnerebbe in due vite, o al sumo, al badminton e al rugby?
Nell’agosto del 2007, Tim Donaghy, arbitro professionista della NBA, incalzato dagli agenti dell’Fbi che stanno indagando su un giro di scommesse sul campionato di basket pro americano, confessa di aver “aggiustato” decine di incontri per soldi. Più recentemente, è storia degli ultimi giorni, scoppia lo scandalo “tennisgate” con il coinvolgimento di 16 tra i primi 50 giocatori della classifica Atp e di alcuni tennisti italiani rei di aver falsato i risultati di alcuni incontri, anche nel “tempio” del tennis di Wimbledon.
Dunque, si potrebbe dire che lo sport, di ogni tipo e ad ogni latitudine, sia a rischio combine e le numerose indagini e segnalazioni confermano l’escalation del fenomeno sul quale la criminalità organizzata e non ha allungato le mani; un business che, le ultime stime, valutano simile a quello del traffico di droga e che, a differenza di quest’ultimo, risulta essere di gran lunga meno rischioso e cruento.
Ma che cosa ha comportato questo maggior interessamento delle organizzazioni criminali sul mondo dello sport e, in special modo, su quello delle scommesse sportive?
Per analizzarlo bisogna partire da lontano, quando esistevano solamente alcuni modi di scommettere lecitamente e solo su alcuni sport. Una volta il sogno era quello di fare un 13 al Totocalcio, cercando di indovinare il risultato delle partite utilizzando solo tre ipotesi (vittoria della squadra di casa, di quella ospite o pareggio), oppure di totalizzare un 12 al Totip, scommettendo sul “vincente” o sul “piazzato” delle corse dei cavalli.
Ebbene, quel mondo non esiste quasi più, perché è stato soppiantato dalle centinaia di agenzie di “betting” che consentono di scommettere h 24 su qualsiasi evento sportivo nel mondo, grazie a Internet e su decine di variabili riguardanti i vari sport. Oggi è possibile scommettere oltre che sulla vittoria o sulla sconfitta di una squadra, anche sul numero di calci d’angolo che verranno battuti nel match, su quanti goal verranno segnati e, addirittura, sul numero di ammonizioni e sul minuto in cui il pallone uscirà dal campo per la prima volta. E così si sono adeguati anche altri sport, come il tennis dove, oltre che sull’esito della partita, si possono puntare soldi anche sui singoli set, sui game e sul numero di doppi falli. E ancora, in molti sport è possibile anche scommettere non solo prima degli incontri, ma anche mentre questi si stanno svolgendo: il cosiddetto “live betting”.
Un mercato, dunque, in crescita esponenziale le cui mille sfaccettature e dinamiche finiscono per intrecciarsi con quelle relative al cosiddetto “match-fixing”, ossia l’alterazione o la manipolazione di una competizione sportiva per finalità che possono essere legate alle scommesse. Sulla manipolazione di un risultato sportivo, però, è necessario fare una premessa: ci sono manipolazioni che non sono legate alle scommesse ma che avvengono per ragioni tipicamente sportive, come nel caso dei classici “biscotti” in cui le squadre per convenienza sportiva si spartiscono la posta; in altri casi, invece, la combine viene effettuata con il fine specifico di favorire gli scommettitori e quindi ha un fine puramente economico. In entrambi i casi, questi illeciti hanno riflessi sia sul piano della giustiza sportiva, che su quello penale.
Ed è proprio per quest’ultimo motivo che, nel 2002, su impulso dell’allora capo della Polizia Antonio Manganelli, all’interno al Servizio centrale operativo venne istituito il Nucleo centrale della polizia dei giochi e delle scommesse: «Negli anni la polizia è stata particolarmente impegnata nell’analisi del fenomeno del match-fixing, che in Italia è stato caratterizzato essenzialmente dall’aggiustamento di partite di calcio di varie leghe – conferma Andrea Grassi, dirigente della I divisione dello Sco, nella quale è inserito il Nucleo – Nella nostra esperienza, in gran parte legata al calcio, abbiamo capito e tratto un segnale d’allarme: chi ha interesse a manipolare eventi sportivi oggi sposta l’attenzione verso gli sport cosiddetti “non di massa”, là dove il risultato anomalo non desta particolare sospetto».
In più di dieci anni di attività, il Nucleo della polizia dei giochi e delle scommesse, che si articola anche in 26 Nuclei interprovinciali incardinati all’interno delle Sezioni criminalità organizzata delle Squadre mobili, ha assicurato alla giustizia oltre 900 persone per reati di vario genere e legati al mondo del betting, denunciandone più di 9.000 e sequestrando beni per oltre 36 milioni di euro (vedi tabella), ma la difficoltà principale è data dal dover svolgere indagini a 360° e, spesso, in Paesi dove non esiste il reato di frode sportiva o dove i controlli sulle scommesse “anomale” non ci sono o sono molto blandi. Per questo motivo sono molti gli enti che concorrono a segnalare le “anomalie”, tra i quali agenzie private proprio specializzate in materia. Tra queste la più importante è sicuramente Sportradar che dalla sua sede di Londra (replicata anche ad Hong Kong per essere più vicini a quello che è attualmente il principale mercato delle scommesse al mondo), con 35 analisti impiegati h24 e 365 giorni l’anno, tramite algoritmi matematici, studia il flusso delle scommesse su oltre 65.000 eventi sportivi l’anno e emette i “report di allarme” che poi vengono inviati alle varie federazioni sportive e alle forze dell’ordine: «A oggi il mercato mondiale delle scommesse è stimato in un range compreso tra i 1.000 e i 1.500 miliardi di euro l’anno e oltre il 75% delle scommesse ha luogo nel continente asiatico (Singapore, Shangai, Hong Kong) – conferma Marcello Presilla, responsabile di Sportradar per l’Italia – In molti di questi Paesi la legislazione non è particolarmente permissiva, anzi in alcuni il betting è vietato, ma si fa lo stesso. È un mercato molto complesso caratterizzato dalla cosiddetta “Piramide asiatica” delle scommesse, strutturata sull’intero continente con più soggetti che raccolgono online o fisicamente il gioco, e poi fanno convergere il tutto su una serie di intermediari, i “master agent”, che operano a livello regionale e/o nazionale, fino ad arrivare ai grandi bookmaker che maneggiano il denaro equivalente al bilancio di un piccolo-medio stato europeo».
La differenza principale tra il sistema italiano e quello europeo o quello asiatico è che nel nostro Paese esistono limiti molto precisi sulle somme da scommettere, quindi oltre determinate cifre il bookmaker non accetta la scommessa e, se lo fa, partono gli alert; cosa che non accade nel mercato asiatico dove vengono puntati anche centinaia di migliaia di euro da un singolo scommettitore che in teoria potrebbe ripetere il suo “bet” oppure fare quello che viene definito lo “spezzatino” con diversi bookmaker in giro per il mondo per destare meno sospetti.
In Italia il mercato delle scommesse è particolarmente consistente ed è altrettanto ben regolamentato con presidi normativi molto precisi. Sul piano specifico “scommesse/frode sportiva”, le norme in vigore sono molto ben congegnate e ci sono ulteriori ipotesi di miglioramento normativo che coinvolgerebbe l’aspetto patrimoniale, poiché la base del reato di match-fixing è proprio di natura economico-patrimoniale (ad esempio il disegno di legge S. 2073, firmato lo scorso ottobre e attualmente in discussione in Senato, che prevederebbe come pena anche la confisca dei beni e delle somme proventi di combine). Dunque, un messaggio più che chiaro a chi fosse intenzionato a falsare l’esito di una qualsiasi competizione.
Le norme di carattere sportivo sono diverse da sport a sport e ogni disciplina ha le proprie che vincolano i tesserati a determinati comportamenti. Il codice di giustizia sportiva della Figc, probabilmente tra i più severi in vigore a livello internazionale (mutuato ultimamente anche dalla federcalcio inglese), ad esempio impone a tutti i tesserati per un club professionistico (calciatori, dirigenti, direttori sportivi) di non poter scommettere su nessuna partita di calcio (che sia un incontro ufficiale o amichevole) in qualsiasi parte del mondo questa si giochi; un divieto che riguarda anche i giocatori stranieri tesserati in Italia per tutto il periodo in cui giocheranno nei campionati del nostro Paese. È un divieto molto ben congegnato che prevede sanzioni pesanti; la semplice scommessa su un evento calcistico, anche in cui non è coinvolto il giocatore-scommettitore, indipendentemente dall’importo e dal risultato, comporta almeno tre anni di squalifica oltre ad una sanzione pecuniaria, e all’obbligo di denuncia. Negli altri sport la normativa cambia, come ad esempio nel rugby dove è previsto che i tesserati non possano fare o accettare scommesse, direttamente o per interposta persona, che abbiano a oggetto incontri ufficiali organizzati nell’ambito dell’attività federale ai quali partecipino personalmente o partecipi la società per cui sono tesserati. Quindi non si tratta di un divieto assoluto e totale come per nel calcio. Tuttavia, la crescita del mercato delle scommesse anche nel rugby suggerirebbe di alzare il livello di attenzione ed estendere il predetto divieto. Il giro di scommesse annue sul massimo campionato italiano di rugby, l’Eccellenza, ha raggiunto circa i 20 milioni di euro, e questo deve far riflettere soprattutto se si pensa che la media di spettatori per ogni partita è di poche centinaia.
Dunque, un mondo tutto nuovo in cui muoversi, in cui ogni volta che i trasgressori compiono un passo in avanti, gli investigatori devono essere pronti a non farsi scavalcare e, se possibile, ad intervenire prima che l’illecito si concretizzi, soprattutto monitorando eventi “a rischio combine” e atleti che, sia per predisposizione al gioco che per necessità legate alla fine di una carriera, piuttosto che alla mancata corresponsione dello stipendio da parte delle società, possano cadere nella trappola del match-fixing: «Il dissesto economico-finanziario di alcune società sportive – precisano Sebastiano Bartolotta e Marco Garofalo, rispettivamente dirigente del Nucleo e investigatore specializzato nel settore – è stato uno dei motivi che ha comportato l’escalation negli ultimi tempi delle scommesse illecite sugli eventi. Tra i vari indici di monitoraggio da allora è stata inserita anche la situazione di eventuale dissesto economico».
Un’attività continua e costante quella delle forze di polizia operanti nel settore, che si avvale anche di due strutture interforze e inter-istituzionali (Uiss e Giss – vedi box), alle dirette dipendenze della Direzione centrale della polizia criminale e delle quali fa parte come membro permanente anche il direttore dello Sco Renato Cortese, che concorrono insieme alle federazioni sportive, al Coni, all’AAMS e a agenzie esterne come Sportradar, alla lotta contro un fenomeno che desta particolare allarme. Da qui sono nate due delle principali operazioni contro le scommesse sportive illecite nel mondo del calcio: “Dirty Soccer”, sulle combine nella Lega Pro e in Serie D (vedi box a pag XXX), “Gambling”, in materia di scommesse online, e la più famosa “Last Bet” del 2011, originata dalle combine che hanno coinvolto numerosi club, tra cui quello della Cremonese calcio e il suo portiere, Paoloni, che prima dell’inizio di una partita giunse addirittura a somministrare un ansiolitico a tutti i giocatori della sua squadra per influenzarne negativamente la prestazione e “indirizzare” il match. Ma l’ex numero 1 non era solo… e il 16 di febbraio prossimo saranno chiamati alla sbarra, per l’udienza preliminare del processo, anche personaggi eccellenti del mondo del pallone, tra cui il giocatore della Lazio Mauri e il CT della Nazionale italiana Antonio Conte.
E la sensazione è che, purtroppo, non sia finita qui…
L’Italia delle scommesse
Le schedine del Totip e del Totocalcio hanno solo il sapore di vecchi ricordi. Ultima galoppata per la prima, nata con il suo slogan di successo “Totip, felici e contenti”, prepensionamento per la seconda che sopravvive a stento superata da altre offerte. Si punta poco sull’arrivo dei cavalli e il 99% del volume di gioco è costituito dalle giocate a quota fissa, come trenta anni fa.
Ma a detenere lo scettro delle scommesse sportive nel 2014 è ancora il calcio con il 81%, seguito dal tennis, con il 12%, e dal basket, con l’ 1%, come conferma l’Ufficio stampa dell’Area monopoli dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. È però cambiato il modo di giocare. La scommessa deve permettere, infatti, la vincita immediata. Pochi, maledetti e subito: è questa la filosofia del giocatore medio, prevalentemente di sesso maschile e con un’ età tra i 30 e 45 anni. Preferisce fare una giocata, sapere subito se ha vinto e spendere l’esiguo premio regalandosi una cena o un weekend fuori. E pensare, invece, che quaranta anni fa un 13 al Totocalcio cambiava la vita. Non sono solo le puntate veloci a determinare il declino della “schedina”, come conferma l’Area monopoli, ma i diritti televisivi sulle partite i quali hanno fatto si che i match fossero spalmati, con anticipi e posticipi, nell’arco della settimana. Improponibile, quindi, per le esigenze del giocatore del “carpe diem”. Il mondo delle scommesse, continuano dall’Area monopoli, si concentra sulla disciplina sportiva che ha grandi competizioni in atto in quel periodo. Questo significa che, ad esempio, se si stanno disputando i campionati europei di pallacanestro ci saranno in quel periodo molte più scommesse rispetto a quelle effettuate durante il campionato nazionale, poiché aumenta il pubblico che segue quello sport anche in televisione.
Nel Libro Blu, più di 100 pagine che raccontano numero dopo numero l’organizzazione, l’attività e la statistica dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, emerge uno spaccato dello Stivale che gioca: gli italiani puntano circa lo 0,28% in meno rispetto al 2013, ma giocano più di 1.400 euro l’anno. La Lombardia, con il 20% del totale nazionale, si conferma la regione che spende di più in tutti i giochi legali della rete fisica, escludendo cioè quelli online. La medaglia d’argento spetta al Lazio, seguito dalla Campania che però rimane la regina delle scommesse sportive con 139 milioni, il 23% del totale nazionale, seguita dalla Lombardia, con 83 milioni, dal Lazio con 61 e dalla Puglia con 60. Entrando nel dettaglio, la disciplina su cui si continua a puntare di più è il calcio e le giocate su tutti gli sport sono aumentate del 3,5%, rispetto
al 2013.
I Monopoli determinano la “spesa” degli Italiani per le scommesse sottraendo le “vincite” corrisposte alla “raccolta”, cioè alle giocate. In Italia, nel 2014, queste ultime, sono ammontate a 2 miliardi e 657 milioni; le vincite riscosse sono state, invece, di 2 miliardi e 58 milioni, determinando così una spesa effettiva di 600 milioni. Questo significa che al pubblico di giocatori, da Nord a Sud della Penisola, è tornato nelle tasche l’ 81% di quello che ha giocato.
Valentina Pistillo

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