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No caro Alex Schwazer, io non sto con te. Preferisco Magnini e Tamberi

(di Marcel Vulpis) – Finalmente il caso Schwazer ha trovato sbocco in una sentenza, che, per quanto severa (8 anni di squalifica), mette il punto fine (anche se l’azzurro intende appellarsi ad una corte di giustizia elvetica) su questa storia triste, da un punto di vista sportivo oltre che umano.

Triste per un motivo molto semplice: i guai di Schwazer non nascono per colpa della Iaaf, del CIO o del Tas, ma perché prima della gara di Londra2012, dove era atteso per un sicuro oro nella marcia olimpica (dopo essere diventato campione già a Pechino 2008) un controllo a sorpresa l’aveva lasciato ai box. Schwazer paga per colpa dei suoi comportamenti anti-sportivi. Per qualche ragione a noi sconosciuta, ha risposto al “demone” del doping, mesi prima di quella gara a cinque cerchi. Quello che è successo in queste settimane ci interessa molto meno. E’ solo un effetto macro di quell’errore datato 2012.

Non crediamo nella tesi di una fantomatica mafia dell’atletica, che avrebbe fatto di tutto per escluderlo e gli 8 anni di squalifica chiesti dalla IAAF (confermati dal TAS a Rio de Janeiro) sono il finale di una storia brutta che ha iniziato anni fa lo stesso Schwazer. Otto anni perché il TAS ha ritenuto l’atleta azzurro un “recidivo”.

Le chiacchere stanno a zero: se non ci fosse stato il primo caso di doping, tutto questo non sarebbe successo e il marciatore azzurro se la può prendere solo con se stesso, non certamente con Sebastian Coe (n.1 della IAAF). Non diciamo eresie, quindi, e non copriamoci di ridicolo.

E’ vero Schwazer aveva scontato i 3 anni di squalifica (forse uno dei pochi in ambito internazionale), ma dopo quello che aveva fatto era una misura per noi “buonista”. Chi si dopa e viene scoperto deve essere “radiato”, senza se e senza ma. Questa cosa nel cervello di molti buonisti italiani non entra proprio, perché diciamo la sincera verità a chi non è mai capitato, anche in altri settori professionali, almeno per una volta, di provare a praticare la strada più semplice e fregare magari il prossimo? Ecco perché molti oggi fanno i “Garrone“, in perfetto stile Libro Cuore, nei confronti dell’azzurro.

Non twitteremo mai #IostoconSchwazer. Noi non stiamo assolutamente con Schwazer. Scegliamo come modelli di atleti puliti Filippo Magnini e GianMarco Tamberi. Purtroppo Schwazer è l’emblema di tutto ciò che non dovrebbe essere un atleta che intende conquistare una medaglia. Ecco perché per noi Schwazer è “bollato” da tempo, non certamente per questa decisione del TAS. L’unica cosa positiva (scusate il termine) è che la sua carriera finisce qui: perché 8 anni è un fine pena mai, di fatto. Almeno la finiamo con queste tarantelle mediatiche e pianterelli inutili (ci poteva pensare prima). Pochi giorni fa era uscito un take su RaiNews24 che recitava: “Ultimo controllo di giugno di Schwazer totalmente negativo”.

Perché un atleta olimpico dovrebbe avere controlli positivi? Qui la gente sta impazzendo e vuole rendere normale anche ciò che non è: un atleta non si dopa mai, non questa volta sì e poi “no” se mi trovano con le mani nella marmellata. Stiamo impazzendo e neppure ce ne accorgiamo.

Se fossimo noi ai vertici dello sport azzurro, Schwazer era già da tempo in Alto Adige tranquillo in poltrona ad ammirare le imprese dei suoi colleghi. Chi si dopa va a casa dritto senza passare per il via, come a Monopoli.

Caro Alex non c’è mai stato un dopato che dice di esserlo prima della gara, lo dice stranamente sempre dopo e solo se viene sbugiardato. Ci dispiace ma non sei stato unico neppure in questo. Prima di te, Lance Armstrong ci ha preso in giro per anni vincendo (truccando) ben 7 tour. Per noi caro Alex eri “finito” come atleta già in occasione dell’accusa di doping prima dei Giochi di Londra. Hai scontato la pena, ma era una pena ridicola. E finalmente il TAS si è presa la responsabilità di mettere fine a questa tarantella: gareggia-non gareggia.

Finchè in Italia e all’estero non si prenderanno misure severe il doping non finirà mai, perché alla fine con un buon avvocato, un pianto (magari anche sincero) e un bravo comunicatore lo storytelling del dopato si trasforma in outing. Ma la domanda che vorrei fare a Schwazer è solo una: se non ti avessero beccato prima di Londra e fossi salito sul podio avresti mai raccontato di aver fatto uso di sostanze dopanti per andare più veloce o magari per recuperare allenamenti troppo rigidi? Noi crediamo di no, per le ragioni che abbiamo descritto sopra. Attendiamo tua risposta.

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Marcel Vulpis

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