Money day in arrivo. Taglio da 20-25 milioni di euro.

La novità più vistosa appare il taglio ai soldi per il calcio: dai 20 ai 25 milioni in meno (così prevedono diversi addetti ai lavori). Di cui 5-6 milioni finirebbero all’atletica del presidente Alfio Giomi, che da tempo picchia i pugni sul tavolo contro la FIGC milionaria (attualmente guidata dal neo presidente Carlo Tavecchio).

Sembra persino che Carlo Tavecchio e compagnia, dopo un po’ di “ammuina”, farebbero  persino buon viso a cattivo gioco. Dei 62 milioni standard, ne incasserebbero da 42 a 37 milioni, che non sono proprio bruscolini (anche se ci sono altri analisti che dicono l’esatto contrario – vedremo).

Alla FIGC quei soldi servono esclusivamente per le attività “no profit”: del settore giovanile e pure per pagare gli arbitri.

Quella dei fischietti, però,  è una pratica delicata. Perché in serie A e pure in B, dove i soldi girano, perché gli arbitri non passano al botteghino. Tanto la cosiddetta “sudditanza psicologica” verso i grandi club resiste (vedi la Juventus).

Così come, ci dispiace presidente Malagò, noi resistiamo sul fatto che negli stadi di proprietà delle società, come l’impianto della (ancora) della Juventus, il pagamento del servizio d’ordine sia a carico della società e non dei cittadini.

E, ancora, grida vendetta la norma che prevede che  gli Enti di promozione (e di protezione politica) continuino “nell’autocertificazione dei propri iscritti e l’attività”. Così nel 2013 hanno intascato quasi 15 milioni a fari spenti. Fidarsi troppo non è bene.

Un po’ come quella vecchia storiella su Faruk, re d’Egitto in esilio  a via Veneto, che amava il poker e dichiarava: “Quattro re”. E a chi gli rispondeva: “Ne vedo solo tre”, ribatteva “il quarto sono io”. Come dargli torto?

Nei giorni scorsi il presidente Giovanni Malagò ha tenuto chiuse le carte dei nuovi criteri di suddivisione dei soldi pubblici. Glielo ha imposto un patto col sottosegretario vigilante Graziano Delrio, che non vuole che dopo i sindacati sull’art.18, s’intraversino anche i signori del pallone.

Il discorso, comunque, è chiaro. Seppure cancellata la dicitura del vecchio statuto CONI, che estendeva la competenza del Foro Italico sullo “sport da chiunque e comunque fatto” rimane la funzione sociale  del CONI: nell’attività scolastica (nonostante siano stati decapitati i coordinatori provinciali dell’educazione fisica), nella promozione di uno stile di vita che argini l’obesità e nel contrasto ai fenomeni di bullismo.

Il CONI non può vivere sulle medaglie. Perché quelle che contano costano care, anche per la salute di atleti poco scrupolosi. Mentre le medaglie che pesano poco non fanno storia.

Ciò che farebbe sicuramente storia, ed è una nostra fissazione, è la “cessione a terzi” dei controlli antidoping. E ciò farebbe anche risparmiare bei soldi, rafforzando la credibilità sportiva. Forza, Malagò!

(Tempi Supplementari di Gianni
Bondini)
  Tra poco meno di tre giorni, martedì 28,
al CONI va il scena il “money day”. Giunta e Consiglio Nazionale rivedono i
conti del contributo alle Federazioni e alle altre organizzazioni sportive in
base della conferma (o quasi) del finanziamento statale di 400 milioni e
qualcosa in più, che, se il vento della politica girasse bene, potrebbe risalire
alla conferma dei 411 milioni del 2013.

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Marcel Vulpis

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