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Se lo sport lo prescrive il medico…

(di Fabio Poli)*Le crisi sono, spesso, l’occasione migliore per avviare grandi riforme. Processi di ridefinizione delle regole di un sistema che, in tempi normali, si tende a evitare, preferendo piccoli aggiustamenti a grandi ristrutturazioni. Lo sport di base arranca da tempo alla ricerca di un ruolo sociale e di sistemi di sostentamento autoportanti, capaci di generare valore e opportunità professionali.

Nel 2020, ai tempi dell’iper-segmentazione dei consumi, c’è ancora chi parla di aggregazionismo sportivo; di unire le forze e ottimizzare gli sforzi…Un modello superato da alcuni decenni, che non tiene conto di quello che la crisi ha violentemente portato all’attenzione degli organi di Governo e di stampa: il cittadino non è disposto a rinunciare alla sua pratica motorio-sportiva. Neanche ai tempi del lockdown. Ma questa pratica sportiva, con il sistema sportivo organizzato, centra ben poco!

Gli ultimi decenni hanno completato quel processo di autonomizzazione dello sport che ha portato il cittadino-praticante ad organizzare la propria attività sportiva in maniera completamente autonoma. I software [vedasi l’esperienza Runtastic e simili] hanno esautorato un sistema sportivo troppo impegnato a pensare a campionati e contributi. Le piste ciclabili e i parchi attrezzati hanno svuotato impianti che già, peraltro, cadevano a pezzi.

I dati attuali ci parlano di una popolazione sportiva sempre più ampia [seppure con numeri ben lontani dai Paesi del nord-Europa]; sempre più adulta; sempre più autonoma nel modo di praticare. Eppure il sistema di aiuti allo sport creato dallo Stato non tiene in alcuna considerazione il singolo praticante. Il costo della pratica motorio-sportiva è, sostanzialmente, a carico delle famiglie e dei singoli. In un periodo che vedrà fortemente ridotte le spese per tutte le attività non essenziali, non occorre un analista per prevedere che il costo dello sport finirà tra i primi tagli dei budget famigliari. Quello degli adulti, per primo. Quello dei ragazzi subito dopo.

Occorre agire per creare un sistema di vantaggio al cittadino che sceglie di fare sport. Diminuire il tasso di sportivizzazione della nostra popolazione significa aumentare le spese di sanità pubblica; gestire un incremento diffuso di patologie. È un danno sociale, oltre che economico, che non possiamo permetterci come Paese. Occorre, dunque, pensare ad un sistema di sgravio per chi pratica sport per mantenersi in forma e, addirittura, di gratuità per chi deve praticare sport per ragioni di salute.

Una proposta concreta, quindi, è quella di rendere la spesa sportiva completamente detraibile per ogni cittadino “sano”. Per intenderci: se io scelgo spontaneamente di praticare sport, per mantenermi in forma, pago personalmente il costo dell’attività che svolgo. La spesa che anticipo, mi viene “restituita” al momento di pagare le tasse. Un po’ come avviene per la spesa per i medicinali. In questo modo, il cittadino ne ottiene un vantaggio concreto ed il sistema sportivo non ne subisce alcun pregiudizio.

Discorso più articolato per i cittadini con problemi di salute per i quali l’attività sportiva possa generare effetti positivi. Per questa fascia sociale lo sport deve essere considerato una vera e propria pratica medica. Completamente gratuita, se prescritta da un medico competente. La riforma è, evidentemente, epocale, poiché rappresenta un cambiamento completo di prospettiva. Il medico [di base o specialista] deve conoscere le diverse attività sportive. Deve essere in grado di distinguere non solo la patologia del soggetto ma anche le sue propensioni sportive ed i protocolli delle singole discipline. Per far questo, probabilmente, occorre inserire la figura di un informatore sportivo. Un laureato in Scienze Motorie, capace di supportare il medico nella scelta dell’attività sportiva non agonistica da prescrivere.

Così come i medicinali vengono consegnati solo da personale qualificato, in sedi autorizzate [le farmacie], così lo sport prescritto dal medico potrà essere effettuato solo presso strutture sportive adeguatamente certificate, che impieghino professionisti laureati capaci di eseguire i protocolli prescritti dal medico.

Solo così lo sport può diventare un “affare sociale”. Creando opportunità di lavoro e dando valore ai cittadini.

 

*Fabio G. Poli (nella foto in primo piano) – Presidente Corso di Laurea in Scienze Motorie curriculum Calcio | Università Roma 5 

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