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Nenè, il sipario si è chiuso

(di Massimiliano Morelli)* – Ci sono “millemila” aneddoti legati al Cagliari dello scudetto e ai suoi protagonisti, indiscutibilmente persone per bene. E non è un semplice “detto per dire”, perché nessuno fra quelli che hanno indossato la maglia rossoblù laureandosi campioni d’Italia nel 1970, dopo aver smesso di giocare al calcio, ha poi dato adito a spunti di news legate a cronaca nera, rosa, gialla o cercate voi il colore più adatto. Nenè, Claudio Olinto De Carvalho, era il più serio di quella squadra, che anticipò le idee olandesi del calcio totale. Pure se aveva natali brasiliani che, si sa, se sei nato a San Paolo (dove appunto era venuto alla luce) o comunque da quelle parti, per forza di cose ti affibbiano subito l’etichetta di solare, leggiadro, istrionico, giullare, ballerino, re della capoeira, “futebol bailado” e via andare.

Macché!… Nenè, facitore di gioco e maglia numero 8 accoppiata alle ali incastonate nei garretti, ali vere e non tatuate – perché sapeva volare come pochi sulla fascia pure se era un interno di centrocampo, pardon, all’epoca si diceva mezzala – pareva un tedesco, basti pensare al fatto che l’ironia di Manlio Scopigno, genio del calcio d’avanguardia dotato d’un sarcasmo inarrivabile, mai riuscì a prenderlo in castagna.

Irreprensibile, sorridente, perfetto negli schemi d’un Cagliari che conquistò un tricolore inimmaginabile, da centrocampista di spinta (e non da centravanti, ruolo che era obbligato a ricoprire nella Torino bianconera) si integrò alla perfezione con Ricciotti Greatti, altro tassello indispensabile per scardinare le mediane avversarie, e visse la sua straordinaria esistenza calcistica nell’isola felice che lo aveva adottato dopo l’esperienza juventina, dove era durato il tempo d’un amen. Quel furetto d’Omar Sivori, carattere misto Balotelli-Cassano, non lo sopportava. Soprattutto non sopportava chi gli aboliva spazio, in campo e sui bollettini dei cronisti di metà anni Sessanta, reporter consapevoli del fatto che uno come Nenè, fiancheggiatore di Pelè nel Santos, non poteva certo essere un brocco e prima o poi sarebbe diventato campione. Correva e raccordava il gioco, alzava la testa e vedeva Gigi Riva, un lampo e la palla era in gol, assist alla sudamericana e fucilata assicurata di Re Brenno nel centro del bersaglio. Verrebbe da scrivere che fu gregario, ma l’istantanea disturberebbe il ricordo di un elemento imprescindibile nello scacchiere disegnato da una dirigenza arguta, capace di assemblare una formazione campione con appena diciassette elementi in rosa – incluso il terzo portiere Moriano Tampucci, morto anche lui, come Giulio Zignoli e Mario Martiradonna – di sbancare il lotto da sempre appannaggio di Juventus e milanesi, talvolta pure di Bologna e Fiorentina.

Smise trentaquattrenne di correre dietro al pallone, divenne allenatore e come “mister” (della Fiorentina), si cucì nuovamente uno scudetto sul petto con una squadra Primavera che nello stesso anno consegnò nella bacheca del Franchi anche la coppa di categoria e il torneo di Viareggio. Maledetto male che se l’è portato via dopo stagioni di sofferenze fisiche e portafoglio vuoto, e una solitudine lenita da pochi intimi, inclusi gli ex compagni di squadra. Nenè, Claudio Olinto De Carvalho, non è stato vittima di saudade, ma dicono che fu aiutato dal mare della Sardegna, che offusca qualsiasi specchio d’acqua. Non fu avventuriero ma eroe. Non si arricchì col calcio, ma si divertì come pochi. Non fu personaggio, ma fu uomo. Impensabile, nel football di oggi.

  • scrittore e giornalista sportivo romano
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Massimiliano Morelli

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