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Vulpis (SE): Un nuovo proprietario italiano per il Milan? Magari Guido Barilla con il patrimonio di Del Vecchio

Il direttore dell’agenzia Sporteconomy (Marcel Vulpis) è intervenuto questa mattina su Calciomercato.com (da Federico Albrizio) per commentare il contenuto del video di Silvio Berlusconi pubblicato sulla sua pagina personale. Un video focalizzato sul presente/futuro dell’AC Milan.

“Vendere il Milan? Ci sto provando da un anno, ma voglio lasciarlo in buone mani, preferibilmente italiane“, nel pieno della trattativa con la cordata cinese arrivano come un fulmine le parole di Silvio Berlusconi sulla propria pagina Facebook. Un auspicio quello del presidente di continuare a legare i colori rossoneri a quelli azzurri e la domanda sorge spontanea nei tifosi: ma chi sono gli imprenditori italiani che potrebbero interessarsi al Milan? Per analizzare la questione Calciomercato.com ha contattato Marcel Vulpis, direttore dell’agenzia stampa Sporteconomy, esperto di calcio e degli aspetti economici che lo riguardano.

Dottor Vulpis, partiamo proprio dalle parole di ieri di Berlusconi: è una chisura alla cordata cinese e un’apertura al mercato italiano?
“Quel preferibilmente di Berlusconi è importante: lui dice che a parità di condizioni se deve dare il brand Milan preferirebbe un italiano, ma non chiude agli stranieri. Lascia un’opzione d’amore all’Italia poi ‘business is business’. Dal video di ieri emergono diversi fattori. Su tutti, dicendo che vuole vendere ma non trova acquirenti lui dà un giudizio sulla trattativa in corso nel video, c’è qualcosa che non sta andando come lui vorrebbe e questo messaggio in cui lancia l’esca al mercato italiano è per capire se ci possa essere qualche tycoon italiano che voglia accettare questa sfida che lui lancia all’Italia, ma di fatto cerca un acquirente che possa accettare la sua domanda, molto alta per un club che ha un profilo alto dal punto di vista del marchio. A.C. Milan è uno dei più forti in Italia, la Juventus è la più forte, ma i rossoneri sono tra i pochi che fanno del calcio un’impresa, resta il grosso neo dello stadio. Impensabile che uno come Berlusconi non abbia chiuso la partita dello stadio, anche lui ha fatto errori tecnici: non andava chiusa oggi, ma già alla fine degli anni Novanta quando c’erano alte condizioni di mercato. Berlusconi è arrivato al Portello con il fiatone: giusta l’idea, sbagliato il tempo, non avere lo stadio cambia il valore totale”.

Alla ricerca di un nuovo Berlusconi quindi: cosa cerca il patron rossonero e cosa vogliono i tifosi del Milan?
“Il tema di un’impresa non è legato solo al fatturato, ma anche ad altri fattori. Forbes dà un valore alto al marchio Milan ed è un riferiento, poi c’è tutto quello che potrebbe generare il Milan con una ristrutturazione della società e un’internazionalizzazione del brand. Si fa un periziato di mercato, poi se trovi un amatore è normale che possa comprare al 20-30-40% in più del valore: in questo momento Berlusconi sta cercando un amatore per questo pezzo unico che è il Milan in Italia e all’estero, potendo cercando in Italia, ma in questo momento i tifosi rossoneri sperano in un nuovo Berlusconi per sognare in grande, non un nuovo acquirente. Vogliono un magnate stile Manchester City, tipo Abramovic del Chelsea: una persona in grado di iniettare denaro fresco all’interno del club per fare il salto di qualità sportivo. Il Berlusconi del 2016 non è quello del ’94, rimanere ad alti livelli in calcio internazionale e italiano è un’impresa che non sempre coincide col segno più, anzi spesso col segno rosso. Il tifoso del Milan è abituato bene e deve ringraziare un imprenditore che li ha portati dal fallimento ad essere uno dei tre club più blasonati al mondo: il Milan è un gioiello in una teca che aspetta che qualcuno l’acquisti”.

Ci sono imprenditori italiani che possono comprare il Milan?
“Secondo i dati Forbes nei 400 più ricchi al mondo ci sono 6 italiani, di cui uno è Berlusconi che è 165° con un patrimonio di 8 miliardi di dollari e va tolto, ne rimangono 5 e non tutti sopra i 10 miliardi di dollari di patrimonio. Berlusconi chiede tanto, per avere la possibilità bisogna avere più di 10 miliardi di patrimonio, perché vorrebbe dire perdere subito l’8%. Ce ne sono pochi di italiani così”.

Gianluigi Aponte di MSC Crociere e Giorgio Armani i primi due candidati: pro e contro.
“Al 4° posto italiano (153° mondiale) c’è Gianluigi Aponte, patron di MSC Crociere insieme con Giorgio Armani a 8.8 miliardi di dollari di patrimonio personale. Armani un intervento nello sport l’ha fatto, non di questo livello perché l’Olimpia (basket) non può essere paragonata come costi al Milan, ma Armani sembra intenzionato ad interventi sportivi più defilati come supportare il CONI e andare avanti con l’EA7 Armani. Aponte potrebbe essere più interessato a investire nel calcio essendo già stato co-sponsor di diversi club come Genoa e Napoli, sponsorizza club di calcio in città dove ha porti: la sponsorizzazione è finalizzata a flussi di clienti che siano tifosi che vogliano vivere la passione calcio anche nelle sue navi da crociera. Se Aponte rispondesse alla chiamata di Berlusconi per lui sarebbe un upgrade, già conosce il mondo calcio e ci entrerebbe dalla porta principale: passerebbe dalla sponsorizzazione alla proprietà”.

Dalla farmacia al calcio: Stefano Pessina, CEO di Walgreens, avrebbe il potenziale economico. E’ davvero interessato all’acquisto del Milan?
“Al 3° posto italiano (62° al mondo) Stefano Pessina, magnate italiano del settore farmaceutico: è il primo degli italiani sopra i 10 miliardi di dollari di patrimonio, il cui nome compare anche nei Panama Papers ma non risulta indagato. Ha capitali all’estero, investire nel calcio potrebbe essere una buona iniziativa a livello fiscale ma non sembra intrigato da questa possibilità”.

Eccellenza italiana, Giovanni Ferrero e il suo immenso patrimonio: è già vicino allo sport, una nuova vita nel calcio?
“Al 2° posto italiano (36° al mondo) Giovanni Ferrero con 21, 3 miliardi di dollari, è già nello sport ma a carattere sociale soprattutto nel volley e nella Nazionale ma non ha mai investito nel calcio. Non mi sembra un imprenditore pronto a un’operazione di questo tipo”.

Leonardo del Vecchio di Luxottica: dal punto di vista economico il nome giusto per il Milan?
“1° in Italia (32° al mondo) c’è Leonardo Del Vecchio con 23,7 miliardi di dollari: lui sarebbe l’imprenditore ideale per serietà, per internalizzazione e internazionalità del suo marchio e della sua immagine, per patrimonio”.

Sulla carta dunque il nome ideale, quali sono i contro a questa operazione?
“Non è un giovane, non credo che per età e per storia dei suoi investimenti sia mentalmente pronto a fare una scelta di questo tipo: per molti anni è stato sponsor con Arnette di Valentino Rossi, però non ha mai investito nemmeno un centesimo nel calcio, non mi sembra propenso a mettere la faccia nel mondo del calcio. E’ sempre stato un imprenditore fuori dagli schemi che non ha cercato pubblicità”.

I candidati più quotati per un verso o per l’altro sono frenati, secondo Lei può esserci qualche nome a sorprsa? Chi può raccogliere la sfida e diventare il nuovo Berlusconi del Milan?
“Fuori da questa lista ci vedrei molto bene Guido Barilla (906° posto al mondo). Il suo problema è il patrimonio di 1,54 miliardi, ma ha anche dettagli a favore: è giovane, la sua sponsorizzazione alla Roma nell’anno dello scudetto è ancora ricordata, fa investimenti importanti nel mondo dello sport, e il settore merceologico più affine al mondo del calcio è il settore alimentare. Calcio e pasta è un abbinamento che viene quasi automatico: per il Milan avere un imprenditore giovane e in gamba che sta facendo investimenti importanti in America, internazionale e conosciuto in tutto il mondo, sarebbe uno stimolo più che positivo. Ad oggi sceglierei lui, ma da solo non può farcela: dovrebbe creare una cordata di soci con un investimento frazionato, se trovasse altri due soci per 200-300 milioni potrebbe farlo. Insomma, ci vorrebbero la forza e l’età di Barilla con il portafogli di Del Vecchio (ride, ndr)”.

Dunque è possibile vedere anche una cordata tutta italiana.
“Potrebbe essere, nel calcio italiano è difficile fare soldi. Quando Berlusconi diede il benvenuto a Pallotta dicendogli che nel calcio italiano è quasi impossibile fare utili, diceva la verità. Il Triplete dell’Inter segna la fine del mecenatismo nel calcio italiano: finito quello finito tutto, monte ingaggi altissimo e altri fattori. Nel calcio i giocatori sono più pagati dei manager che li gestiscono, come se nella Fiat l’impiegato fosse più pagato di Marchionne: è un’anomalia, una problematica che hanno tutti i club di calcio italiani e che nasce da lontano. Negli anni d’oro, quando era possibile scaricare le perdite di Milan e Inter all’interno dei gruppi, comprare il top player era più facile. Quando la capogruppo non fa più gli utili di prima la perdita intragruppo diventa un problema tecnico: qualcuno deve ricapitalizzare. Le perdite prima venivano usate da Fininvest per abbattere le tasse, ma nel momento in cui la capogruppo non fa più utili l’asset calcio diventa un problema. Il calcio è un gioiello che costa caro: quando l’economia andava forte ce lo si poteva permettere, ora il periodo di crisi è il più lungo vissuto dal nostro paese, è già tanto che i club di calcio abbiano retto. Nell’ottica del Fair Play Finanziario Berlusconi ha capito che serve una ristrutturazione, ha ridotto il monte ingaggi ma poteva fare di più visti i risultati: i giocatori sono strapagati ma non giocano da Milan”.

Le spese per il monte ingaggi risultano dunque i costi maggiori per le società: come si può risolvere questo problema?
“Il calcio non ha ancora capito che i giocatori devono essere trattati non da dipendenti ma da liberi professionisti: l’ideale sarebbe un 30% di stipendio fisso e un 70% variabile in base ai risultati, ma i club di calcio non hanno il coraggio di farlo perché nessuno vuole andare contro alle tifoserie. Oggi l’unico elemento in questo paese per cui potrebbe scoppiare una rivoluzione è la serrata del calcio: se Monti avesse davvero fermato il campionato sarebbero successi problemi, il calcio è l’ammortizzatore sociale del nostro paese”.

Tornando al ‘Milan agli italiani’, si è parlato a lungo anche della possibilità che Giorgio Squinzi, patron della Mapei e tifoso rossonero doc, avesse interessi nella società di Berlusconi, poi ha virato sul Sassuolo. Sarebbe stato l’uomo giusto?
“So che Squinzi è una persona molto oculata negli investimenti e mi risulta che se il Sassuolo l’anno in cui viene promosso in Serie A non fosse salito, avrebbe tirato il freno a mano sull’investimento già a supporto. E’ un imprenditore e come lo è per la Mapei fa lo stesso con il Sassuolo. Non mi sembra uno calcio e champagne, anche lui con grandi investimenti nell’arte e nella cultura, un mecenate nel vero senso della parola ma non è uno che fa pazzie. Per il Milan ci vuole un booster come dicono in America, entri e fai subito investimenti spumeggianti altrimenti non ritorni in auge, la gestione Thohir lo dimostra”.

In precedenza ha parlato della valutazione alta che fa Berlusconi del marchio Milan, quanto costa dunque effettivamente entrare nel Milan e quanto costa l’operazione per il rilancio del club?
“I 700 milioni di euro che chiede Berlusconi sono i soldi che vuole Berlusconi, servono per entrare, poi c’è tutto l’aspetto gestionale: il tifoso si aspetta acquisti importanti in stile Berlusconi, l’investimento per il primo anno è da un miliardo di euro. In questo momento non c’è un italiano che abbia voglia di mettere immediatamente questo miliardo di euro, per rientrare di questo investimento servirebbero 6-7 anni e non credo ci sia un italiano disposto a questo. Per un investimento del genere oggi, al di là del gesto d’amore di Berlusconi, è evidente che ci vogliono investitori provenienti da mercati russi, arabi o cinesi, soprattutto gli ultimi due: sarebbe bello avere un italiano ma è tecnicamente quasi impossibile. Arabi e cinesi lavorano con fondi sovrani, il che vuol dire che ti sta comprando lo stato: sono investimenti di tipo pubblico o parapubblico, non c’è partita anche per gli oligarchi russi. La bravura di Berlusconi e del suo staff è nel far capire a potenziali investitori quanto si possa fare con la ristrutturazione e la rivitalizzazione del marchio Milan, non solo direttamente: il brand può essere vettore pubblicitario continuo per altre attività, un brand vetrina per l’attività commerciale primaria”.

Ritorniamo sulle parole di Berlusconi. E’ da un anno, per sua stessa ammissione, che sta provando a vendere il Milan e questo riporta alla trattativa precedentemente avuta con Bee Taechaubol: che idea si è fatto di quella operazione?
“Trattativa più mediatica che di sostanza, quando si fa una trattativa del genere non dovrebbe uscire nulla. Le foto con Bee, le visite riprese ad Arcore, era tutto superfluo, servirebbe riservatezza teutonica in questi casi: si compra uno dei brand più forti al mondo con una richiesta da 700 milioni di euro, non una cosa da poco. Gli effetti di questa mediaticità sono stati negativi sul Milan. Sembrava che Taechaubol cercasse più popolarità per entrare nel calcio che altro, non è sembrato un intermediario riservato: cercare le luci della ribalta in un’operazione così tecnica e particolare è un elemento che sfavorisce la chiusura”.

Ora è in corso una nuova trattativa con una cordata cinese, spazientita dal video di Berlusconi: le sue parole possono spostare qualche equilibrio?
“Le parole di Berlusconi non hanno spostato nulla, ha voluto comunicare in un momento di tensione con la tifoseria la sua emozione. Non accelera la trattativa, non c’è un italiano e i cinesi non sono fessi, sanno di essere in ‘pole position’ per capire cosa comprare, come e a che prezzo. Ci sarà una due diligence molto severa e in questi casi le società di calcio dimostrano di non essere pari alle società di mass market: c’è un aspetto emozionale nel calcio che non si può togliere, l’ammortamento che puoi mettere su un calciatore è diverso da quello che puoi mettere su un materiale ad esempio”.

In chiusura una battuta: secondo Lei alla fine Berlusconi terrà duro o lascerà andare il Milan?
“Il cuore gli dice di resistere, la testa e Fininvest gli dicono di cedere: se fosse per lui non cederebbe mai, però ci sono altri fattori con cui fare i conti. Basti pensare che Moratti ad ha speso oltre 1 milardo e 300 milioni di euro, ha reso ricchi i giocatori all’Inter e lui si è impoverito e questa è l’anomalia del calcio: a un certo punto Zanetti diventa più ricco dell’ad dell’Inter, solo nel calcio può succedere”.

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