Quando il futuro del calcio (mondiale) si infrange sul Bielsa-pensiero.
(con il contributo di Carmelo Pennisi)* – “Il calcio è uno sport di cui ci si innamora, capisci”? Marcelo Bielsa tiene lo sguardo basso mentre parla, non ha intenzione di fermare la sua postura di protesta, che è indignazione di qualcosa che si può immaginare e che un giorno forse spiegherà. Gli hanno chiesto un parere sugli “hydration break”, ed “El Loco” , come suo solito, risponde calmo ma deciso. Siamo nei giorni sacri per ogni argentino che si rispetti, quelli dove nel giugno del 1986, esattamente il 22, Diego Armando Maradona non solo realizzò il gol del secolo, ma segno quel gol di mano nella porta di Peter Shilton che per i “descamisados” “gauchos” vale più di un titolo mondiale, fu come riportare la refurtiva delle Malvinas/Falkland a casa.
Ci fosse stato il “VAR”, e con le regole di oggi, il gol sarebbe stato annullato e probabilmente il “diez” sarebbe stato anche espulso. Quindi non ci sarebbe stato nessun gol del secolo qualche minuto dopo, e nessuna letteratura da realismo magico latino/americano a raccontare il prolungamento della mano di Dio per riportare giustizia. Vengono le vertigini a pensare quante cose belle non ci sarebbero state. Il cuore quasi si stringe al solo ipotizzare questa mancanza.
Bielsa non è un passatista, semplicemente non ama i futuristi senza futuro, ovvero coloro desiderosi dell’asettico perbenista e politicamente corretto, gente che sarebbe stata capace di vietare l’astuzia(alcuni lo chiamerebbero inganno) dell’enorme cavallo di legno piazzato davanti alle “Porte Scee”, facendo cadere ogni presupposto esistenziale e narrativo del viaggio di ritorno di Ulisse ne “L’Odissea”.
Epurare il proscenio dall’ingegno degli uomini è la “hybris” da “Torre di Babele”, la ricerca della perfezione a discapito dell’umanità che gli uomini devono essere costretti ad affrontare per far sì che la perfezione sia una conquista e non il frutto di un meccanismo tecnologico. Interrompere quattro volte il gioco per usufruire dell’acqua, per chi si è formato con il talento visivo e le annotazioni scritte a mano senza l’ausilio di nessun algoritmo, cambia l’interpretazione culturale del gioco. E il calcio senza la sua cultura è davvero altro da sé, una sorta di tennis giocato con le racchette da Padel.
Bielsa non può, e nemmeno vuole, essere capito da quei giornalisti che frequentano Nyon e Zurigo e hanno spesso considerato Sepp Blatter e oggi Gianni Infantino degli innovatori. Interrompere il gioco è cosa analoga a mettere la pubblicità all’interno della programmazione di un film, mette in surplace la finzione che ha faticato a diventare verità metafisica di una idea e la fa ridiventare finzione. A quel punto lo spettatore non sta più vivendo una esperienza d’amore e di empatia, ma solo un manufatto da comunicazione artefatta. La “cancha” non è più un campo da gioco, dove scorrono sudore, sangue e memoria, bensì trasposizione di uno studio televisivo che trasmette spettacolo. Si dirà che alla Fifa e all’Uefa da tempo proprio a questo mirano, uno spettacolo che sia anestetizzato e dove non ci sia più la paura dell’imprevisto.
La pausa acqua consente l’irrompere degli spot nell’emozione, il distacco cerebrale dal toro traumatizzato dalle “banderillas” per verificarne il coraggio. Irrompe la pubblicità dell’automobile o del gelato, e tu ti svegli dal dramma, dalla fatica del vivere. Non può esserci calcio nella comfort zone dello spettacolo, che alcuni giornalisti e molti futuristi senza futuro non lo comprendano è parte del problema.
C’è anche, nella composta protesta del tecnico dell’Uruguay, il tentativo surrettizio di impedire l’evoluzione della partita di calcio a pausa tra una pubblicità e l’altra, allo scomposto fluire di soldi manifesto della mercificazione del territorio sacro del tempio di evangelica memoria.
“El Loco” diffida dei futuristi senza futuro, di coloro che vogliono a tutti i costi importi capitomboli in avanti, e se avvertono la tua esitazioni a farli subito ti accusano di essere provinciale: costoro hanno visto l’America e anche Marte come segno del loro destino: “non conta quante persone guardano il calcio, se non viene protetto ciò che rende piacevole agli occhi di chi lo guarda. Ne beneficia solo il business”.
Atto d’accusa, questo, pronunciato in una affollata conferenza stampa della “Copa America”, incurante di festeggiare una storica vittoria ottenuta nei quarti di finale contro il Brasile. “Il calcio non sono 5 minuti di azione. Il calcio è molto di più, un’espressione culturale, una forma di identificazione”. Una capace di formulare pensieri così non ha niente da condividere con le innovazioni del presidente Gianni Infantino, e semmai il presidente della Fifa dovesse provare a tendergli la mano la suggestione andrebbe al Lacoonte de “L’Eneide”: “timeo Danaos et dona ferentes”, “temo i Danai, anche quando portano doni”. Il calcio, nell’esistenzialismo di Bielsa, è di proprietà del popolo e della tradizione ad esso legato. Lo sguardo dritto negli occhi bisogna meritarselo, e questo è quanto.
- sceneggiatore e critico/giornalistia sportivo

