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Sostenibilità sportiva e il rischio potenziale da 1,6 trilioni di dollari.

L’80% degli stakeholder finanziari adotta clausole green per scongiurare la svalutazione dei brand ed omologarsi ai nuovi standard europei

[fine prima parte]

La situazione sul territorio italiano: 344 milioni di euro per il sistema sportivo

(di Ciro Carta) – Sul territorio italiano, Sport e Salute S.p.A, azienda operante nel campo dello sviluppo del relativo settore nel nostro Paese, ha reso disponibili 344 milioni di euro a favore del suddetto sistema. Malgrado si tratti di una cifra molto elevata, è il metodo di erogazione a rappresentare la reale novità: l’attribuzione dei fondi non è giustificata solo dal merito sportivo, ma si basa su algoritmi che impattano sulla capacità di sviluppo sostenibile e l’integrità del quadro regolatorio. Perciò, diventa essenziale misurare tale impatto per poter ricevere incentivi pubblici.

Il logo di Sport e Salute SpA

Il ruolo determinante dei tifosi sulle scelte di sostenibilità: bonus e malus e impianti “Net Zero”

Le piattaforme SponsorUnited e SportsPro hanno analizzato alcuni trend del 2026 che evidenziano come la governance delle partnership sia notevolmente cambiata. Gli elementi più significativi emersi sono:

  • bonus e malus finanziari sui contratti di sponsor stipulati: i valori complessivi possono variare tra il 5-10% qualora si raggiungano output specifici, come il contenimento dei rifiuti durante gli eventi o l’ottimizzazione energetica delle infrastrutture;
  • Rendere gli stadi non solo dei luoghi fisici, ma asset energetici: un sito “Net Zero” incrementa l’asset value del club, avvicinando partner tecnologici che intendono investire su un premium price utile per innovazioni di mobilità e gestione delle risorse;
  • Secondo fonti Nielsen, il 67% dei supporters è orientato ad acquistare prodotti da club che si attivano concretamente verso le problematiche ambientali. In questo modo, aumenta anche il ROI (Ritorno sull’Investimento) per lo sponsor, garantendo investimenti più onerosi rispetto al passato.

Alla luce di tali considerazioni, emerge come la sostenibilità non produca più un semplice impatto reputazionale, ma si configuri come un benchmark di solvibilità. Questo perché, nel mercato contemporaneo, la climate readiness è la principale metrica valutativa utilizzata da investitori e istituti di credito. Ciò serve per espandere il valore del brand e favorire il percorso di continuità dell’azienda all’interno dell’ecosistema economico, laddove non è ammessa l’opacità dei dati extra-finanziari.

Un momento dell’evento “110 anni” curato e organizzato da FPI oggi al CONI – foto agenzia Sporteconomy – tutti i diritti riservati.

Sul tema in esame leggi anche questo contributo di Paolo Raeli.

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Redazione

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