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Il professionismo alle donne nello sport per legge, una minaccia all’autonomia

(di Giuseppe Tambone)*  – In un Paese come l’Italia in cui la “parità di genere” è stata quasi sempre imposta attraverso provvedimenti legislativi (si vedano le “quote rosa”), ora la politica sembra che voglia provarci anche nello sport.

Senza entrare nei problemi di ordine “morale”, l’iniziativa dei senatori è, a mio giudizio, discutibile sia dal punto di vista dell’opportunità che della stessa efficacia. In entrambi i casi, infatti, essa va a concretizzare una fortissima lesione dell’autonomia dello sport, riconosciuta da ampia ed autorevole produzione legislativa e giurisprudenziale da oltre settant’anni. Un modello che tutto il mondo ci invidia ed a cui si ispira.

La legge 91 del 23 marzo 1981 che si propongono di emendare, infatti, all’art.2 fissa in maniera chiara e perentoria la procedura per il riconoscimento del “professionismo sportivo”. A norma di tale previsione, infatti sono definiti “professionisti” quelle figure (atleti, allenatori, direttori tecnico-sportivi e preparatori atletici) che, oltre a possedere requisiti specifici sul piano della prestazione (onerosa e continuativa), sono qualificate tali “dalle Federazioni Sportive Nazionali secondo le norme emanate dalle federazioni stesse”.

La possibilità di riconoscere alle sole “donne” un professionismo imposto dall’alto con un provvedimento legislativo sulla base della “parità di genere” presuppone una violazione non solo della (riconosciuta per legge) competenza esclusiva delle FSN, ma anche una lesione della libertà di determinazione in tal senso degli sportivi stessi (donne comprese) che sono rappresentati all’interno dei Consigli Federali e ben potrebbero presentare istanze in tal senso.

Va vi è di più. Il riconoscimento dovrebbe presupporre – a meno di un provvedimento erga omnes – l’individuazione di specifici requisiti. Il che finirebbe per porre, accanto ai criteri utili per determinare tali elementi qualificanti, un ulteriore e più grande problema – esattamente contrario – legato alla componente maschile (il Fognini rispetto alla Pennetta, tanto per citare lo stesso esempio…), che sarebbe a dir poco discriminata. Tutto ciò andrebbe in senso decisamente contrario rispetto alle norme di eguaglianza previste a livello costituzionale e legislativo nazionale, nonché a livello di Unione Europea.

La mancata presenza ed il coinvolgimento del CONI è evidentemente legato a non legittimare una iniziativa che non solo va contro l’autonomia dell’ordinamento sportivo, ma anche contro un corposo insieme di leggi nazionali ed europee.

Ma, se questo ancora non bastasse, una domanda viene spontanea: perché mai le sportive – anche di vertice e rappresentate nelle componenti tecniche – non hanno finora mai chiesto alle rispettive FSN di valutare un simile riconoscimento? Siamo sicuri che – a cominciare dal trattamento fiscale di indubbio favore – tutti questi “dilettanti”, uomini e donne, muoiano davvero dalla voglia di acquisire la qualifica (e gli obblighi) di professionisti?

*Specialista in Diritto ed Economia dello Sport – Direttore Sportivo Abilitato FIGC www.giuseppetambone.it                                                    e-mail: dirittosportivo@libero.it

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