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Calcio: la lezione che arriva dalla Chinese Super league

(di Nicholas GinepriniTuttocalcioestero.it) La percezione del calcio orientale è cambiata considerevolmente negli ultimi cinque anni. Dapprima le leghe arabe e dell’Estremo oriente erano viste come delle pensioni d’oro per vecchie glorie del calcio europeo, che si stavano avviando a fine carriera. Questo fino al luglio 2011, quando è iniziato il processo che potrebbe spostare il baricentro del calcio verso Est, verso la Cina.

LA CONQUISTA DEL CALCIOMERCATO

Il Guangzhou Evergrande, società del Canton, situata nel sud est della Cina, acquistò Dariò Conca dal Fluminense per 8.5 milioni di euro, fantasista dai piedi eccellenti, classe 1983 era stato protagonista l’anno prima di una grande cavalcata culminata con la conquista del titolo in Brasile. Di per sé il prezzo pagato per il cartellino è stato esorbitante, ma suscitò ancora più clamore l’ingaggio percepito dal giocatore: 26 milioni di euro per due anni e mezzo di contratto. Da allora i club della Chinese Super League (grazie alle riforme del campionato e l’arrivo di sponsor importanti come Nike e la Dalian Wanda (attuale proprietaria della più importante agenzia mondiale specializzata in marketing e diritti tv sportivi), oltre a un cospicuo aiuto da parte del governo. si sono fiondati sul mercato sudamericano, entrando in competizione con i club europei per la ricerca del nuovo campione brasiliano.

In particolar modo, le sessioni di calciomercato invernali del 2014 e 2015, sono state caratterizzate da ingenti investimenti, con la Chinese Super League (composta da 16 squadre professionistiche) si è posizionata solamente dietro la Premier League per capitali immessi sul mercato, con il record di 115 milioni di euro stabilito lo scorso anno. La domanda sorge spontanea: “Perché un giovante talento brasiliano che ha tutte le carte in regola per sfondare in Europa si trasferisce in Cina”? La risposta è solo una, soldi. Basti guardare agli stipendi di alcuni sudamericani: Elkeson (26) e Ricardo Goulart (24) percepiscono 6 milioni di euro al Guangzhou (ovvero quanto prende il miglior calciatore italiano in serie A: ovvero Daniele De Rossi dell’AS Roma). Il giocatore più pagato della lega cinese è Asamoah Gyan con 16 milioni a stagione.
Cifre che potrebbero crescere nel 2016, per ora il mercato della Chinese Super League è stato caratterizzato da spese contenute, ma i nuovi partner del campionato permetteranno ulteriori investimenti: lo scorso novembre è stato firmato un nuovo accordo televisivo con la Ti’ao Power, che ha strappato i diritti all’emittente di stato CCTV per 1.2 miliardi di euro ripartiti in cinque stagioni (una media di 240 milioni di euro a stagione, circa un quinto del mercato tricolore dei diritti audiovisivi); come se non bastasse il nuovo conculente di mercato ingaggiato dalla Fosun sarà Jorge Mendes, proprietario della Gestifute e di star come Cristiano Ronaldo. Questo non vuol dire che vedremo CR7 o Di Maria calcare i campi della Cina, ma il suo contributo sarà fondamentale per portare verso Est importanti giocatori o allenatori che possano innalzare ulteriormente il livello del campionato.

COLONIZZARE IL CALCIO EUROPEO

Non di solo calciomercato vive il “sogno cinese”. In Europa vi sono ben sei squadre in diversi campionati che appartengono a gruppi cinesi: L’Ado Deen Hag (United Vansen Sports International) nella Eredivisie olandese, Slavia Praga (CEFC China Energy Company) nella serie A della Repubblica Ceca, Espanyol (Rastar) nella Liga, Pavia calcio (Shanghai Ping Investment (nella Lega Pro italiana), 20% dell’Atletico Madrid (Dalian Wanda) sempre nella Liga spagnola, e il 13% del City Football Group (CMC China Media Capital) in Premier league inglese, di cui fa parte il Manchester City.

Molti di questi gruppi hanno lo scopo di ampliare i propri affari a occidente: la Rastar, che vende modellini di automobili-giocattolo ha la maggior parte dei propri profitti nell’e-commerce al di fuori dei confini nazionali. Lo Shanghai Ping Investment sta progettando la costruzione di un grande edificio a Milano, mentre la Dalian Wanda ha raggiunto con il comune di Madrid un accordo da 3 miliardi di euro per un nuovo piano di sviluppo immobiliare. 
Alcune operazioni sono finalizzate allo sviluppo del calcio cinese, con l’instaurarsi di partnership fra le accademy occidentali, nelle quali sono stati accolti prospetti provenienti dalla Cina, come nel caso dell’Atletico Madrid e dell’Ado Deen Hag, mentre il Pavia tramite l’Università ha aperto dei corsi per la formazione di allenatori cinesi.
La colonizzazione del mercato europeo è giunta a compimento quando la Dalian Wanda di Wang Jianlin ha acquistato Infront, la società responsabile della distribuzione dei diritti televisivi delle massime competizioni calcistiche per una cifra record pari a 1,050 miliardi di euro.

VERSO UN CALCIO SENZA STORIA?

Sono stanti i punti in cui il calcio cinese deve migliorare, la strada per arrivare ai massimi livelli è ancora lunghissima e piena di incognite. Ma osservando attentamente il fenomeno del calcio in Cina, si può teorizzare che questi è già proiettato verso il “nostro” futuro.

Il futuro è un processo irreversibile, nel quale la nostra società convergerà verso un sistema nel quale la tradizione e la cultura diverranno delle funzioni inutili. Questo processo è già ben avviato in Cina, tanto che il presidente Xi Jinping sta cercando di tamponarlo attraverso una accurata politica di soft power e il ritorno al confucianesimo come elemento di governo. L’attuale perdita di identità la si riscontra perfettamente nel settore calcistico, dove le squadre non hanno dei nomi propri, ma portano quello delle aziende proprietarie o del main sponsor (così come avviene anche in Giappone o Corea del Sud).

Ad esempio Guangzhou Evergrande è una ditta immobiliare, così come Henan Construction; Shanghai SIPG è la società portuale, mentre lo Shandong Luneng Taishan è una ditta elettrica. Fin qui tutto quanto normale, dopotutto lo stesso fenomeno è riscontrabile nel basket di casa nostra o appunto nelle leghe calcistiche della Corea del Sud e in parte in Giappone.

Facciamo, però, un passo indietro, quando il 30 novembre del 2012, il Dalian Shide, ovvero la squadra più titolata di Cina, ha cessato di esistere. Quel giorno il team fu inglobato dal gruppo Aerbin, con la nascita di un nuovo club: il Dalian Aerbin, così che i tifosi dello Shide si ritrovarono senza una squadra per la quale tifare.

Questo non è un caso isolato, vi sono squadre, come l’attuale Beijing Renhè, che nel corso della sua storia ha militato a Shanghai (sud est), Guizhou (centro-ovest) e infine a Pechino (nord), tutto questo perché i Renhè (gruppo immobiliare che si occupa della costruzione di centri commerciali) ha spostato i propri interessi e attività nelle città elencate.
Il calcio in Europa è estremamente malato, le società più forti sono piene di debiti, e i costi non tendono a diminuire, ma aumentano con i guadagni in modo non proporzionale. Il mercato è completamente deregolamentato ed è tenuto in piedi solamente dagli sponsor, i quali si stanno conquistando anno dopo anno, una influenza sempre maggiore all’interno delle società. Si è iniziato con l’affibbiare agli stadi il nome degli sponsor, nei prossimi anni saranno le squadre a veder mutata la propria denominazione? Qualche anno fa ci provò il Siena, che chiese alla FIGC di diventare Montepaschi Siena, ma la proposta fu respinta. Proprio le banche infine giocheranno un ruolo cruciale in Europa, se i debiti continueranno a crescere, ma tale scenario è molto vicino a realizzarsi in Brasile, dove club storici come il Corinthias potrebbero passare sotto il controllo di istituti bancari. Per certi versi avvisaglie di questi mutuanti sono già avvenute non solo nel caso dell’AC Siena, poi fallito giuridicamente negli ultimi mesi, ma ancora prima e in modo più roboante nell’operazione Unicredit group-AS Roma, dove l’istituto di credito paneuropeo ha gestito sia l’uscita della famiglia Sensi a favore della cordata guidata da James Pallotta, ma anche alcune stagione successive. Una sorta di “garante” di una serie di impegni a carattere economico-finanziario dei nuovi soci a stelle e strisce.

 

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