Sport&Affari – Calcio italiano: il giocattolo puo’ implodere
Da almeno due lustri i bilanci del calcio europeo segnano “rosso”. Un mercato dalle forti connotazioni socio-economiche, che si sta purtroppo avvitando su se stesso. Al termine di ogni stagione, infatti, il deficit economico cresce a velocità doppia. Si è passati dai -649 milioni di euro del 2008, a -1,2 miliardi di euro (2009), fino ad arrivare, nel 2010, alla cifra “monstre” di -1,6 miliardi. Nel confronto dell’ultimo biennio, secondo i dati forniti dall’Uefa (organo di governo del football continentale), i ricavi dei club di 58 campionati sono cresciuti da
12 a 12,8 miliardi, ma, parallelamente, sono schizzate in alto le spese: da 13,3 a 14,4 miliardi. Una voragine difficile da contenere, anche perchè il 52% delle società ha dichiarato un peggioramento del bilancio e l’incidenza degli stipendi sul fatturato aziendale è superiore al 64%. Livelli gestionali non più sostenibili, soprattutto in tempi di crisi.
Lo stato dell’arte del mercato tricolore
Il valore globale della produzione del calcio professionistico italiano nel 2010/11 è stato pari a 2,47 miliardi di euro (-1,2% rispetto ad appena un anno fa). La serie A-Tim genera l’82% dei ricavi, la serie Bwin il 14% e la Lega Pro (la ex C1/C2) il restante 4%. Il costo della produzione ha raggiunto il livello record di 2,88 miliardi di euro. La perdita netta prodotta dal nostro sistema quindi è pari a 428.208.944 euro, in aumento rispetto al 2009/10 (+80.956.773 euro, +23,2%). Solo 19 dei 107 club analizzati nell’indagine “Report calcio 2012” (commissionata dalla Figc alla Arel e Pwc) presentano un utile di esercizio.
Un ulteriore segnale negativo è il livello di indebitamento complessivo della serie A, sempre nel periodo 2010/11: ben 2,65 miliardi di euro. In aumento del 14% rispetto ad un anno fa.
I debiti finanziari pesano per il 35%, quelli commerciali per il 16%, e quelli verso enti settore per il 21%. Il restante 28% si riferisce ad altre tipologie di debiti. Significativa anche la contrazione dei ricavi da ingresso stadio, a causa anche della contestatissima “tessera del tifoso”, che non sarà più operativa dalla prossima stagione. Una riduzione dei ricavi vicina ai 22,4 milioni di euro e pari a circa l’8,2% del totale (253 milioni di euro nel 2010/11 contro i 275,47 milioni del 2009/10).
Il sistema calcio professionistico è ancora dominato dalla “torta” dei diritti audiovisivi (gestiti centralmente dalla Lega calcio, con il supporto dell’advisor Infront sul mercato domestico e all’estero). In totale, se si considerano le tre principali leghe (A, B e Pro), è del 47,8% e domina incontrastata l’area revenues dei club. Nella massima serie rappresentano il 55,6% dei ricavi di esercizio (contro il 58,3% della stagione 2009/10), mentre in serie B pesano per il 16,7%. A incidere sui risultati gestionali dei club è la voce “costo del lavoro”, soprattutto se messa a confronto con i ricavi di vendita.
Secondo i dati monitorati da Arel-Pwc, questo rapporto è pari al 71% (circa 69% se si considera la sola serie A) nella stagione sportiva 2010/11. A conferma del fatto, che, al di là delle dichiarazioni di facciata, i club italiani continuano a spendere sul terreno dei salari e anche quando non erogano cifre a nove zeri, durante le sessioni di calciomercato (agosto e gennaio), portano avanti una politica del “ritocco” contrattuale sulla stragrande maggioranza dei calciatori top, generando, in questo modo, una lievitazione dei costi, stagione dopo stagione.
Ci sono, però, alcuni segnali positivi all’orizzonte. Uno dei problemi principali del nostro sistema era, fino ad alcuni anni fa, la presenza di troppi club professionistici. Nel 2009/10 sono state iscritte 132 squadre (ben 90 inserite nei gironi di Lega Pro). Quest’anno sarà un miracolo se alle 20 di A e alle 22 di B riusciranno ad unirsi 68 società della ex C1/C2, per un totale di 110 club. Nelle stagioni a venire molti addetti ai lavori auspicano che questo plotone possa fermarsi a quota 90 società, con tagli prevedibili anche nella massima serie e in quella “cadetta”. Un ulteriore elemento di riflessione è il potenziale sviluppo legato all’asset stadio di proprietà. La Juventus l’ha inaugurato, per prima in Italia, nell’ultimo campionato, stimando di poter generare non meno di 32 milioni di euro, ma il resto delle società non riesce a trovare investitori, se non quelli del settore edile. Il disegno di legge Lolli-Butti, attualmente alla Camera (il relatore è il deputato FLI, Claudio Barbaro), nasce per sviluppare l’impiantistica sportiva del Paese, ma ha posto come unico “paletto” l’assoluta assenza di speculazione edilizia. Gli stadi possono essere costruiti, ma devono rispettare i vincoli ambientali e, soprattutto, devono servire a riqualificare aree specifiche presenti sui territori. Ma dopo il lancio dello Juventus stadium, non è stato presentato alcun progetto concreto o fattibile. Un segno dei tempi di crisi, ma anche dell’incapacità di fare sistema tra pubblico e privato.
Calcio, il
“giocattolo” sta per implodere (fonte: ITALIAOGGI7) – di Marcel Vulpis
In Italia il valore
della produzione del football professionistico è superiore ai 2,4 miliardi di
euro, ma c’è una perdita pari a 428 mln. Diminuisce il numero dei club iscritti
nei quattro campionati, ma resta il problema dell’impiantistica sportiva.
di Marcel Vulpis

