Editoriale – Crisi libica: La pericolosità di una guerra alle porte di casa
L’ultima visita di Gheddafi aveva visto il nostro premier persino arrivare a “baciare la mano” del rais, in segno di rispetto e di amicizia. A distanza di poche settimane questa situazione si è completamente ribaltata. L’Italia ha votato la risoluzione Onu che apre, di fatto, a un intervento in terra libica per creare la “no fly zone” a tutela della popolazione civile.
Ci siamo chiaramente dimenticati il “baciamano”, le feste e adesso cerchiamo, travolti dall’interventismo di Sarkozy e degli inglesi, di mantenere quella posizione di vantaggio economico-imprenditoriale fino ad oggi indiscussa. I tempi e le situazioni però stanno cambiando. Nel futuro saranno probabilmente i francesi a dettare legge, quando si tratterà di spartirsi la “torta” del petrolio libico. E ai nostri governanti cosa resterà di questa relazione con il rais? Ben poco, anzi solo gli aspetti negativi. Perderemo competitività sul territorio e la nostra Eni, probabilmente, sarà superata negli affari dai colossi petroliferi d’oltralpe. Dovremo inoltre, con la bocca cucita e il capo reclinato, offrire basi e appoggio aereo alla coalizione. Abbiamo dimostrato, ancora una volta, che non sappiamo sceglierci gli “amici” (i fasti della II Guerra Mondiale non sono serviti come monito o lezione). Per non parlare della nostra incapacità, non solo di rispettare i patti di amicizia, ma anche di avere personale in grado di prevedere ciò che poteva accadere (ed è accaduto) nel bacino del Mediterraneo.
Un’eredità, però, il rais (prima o poi destituito) ce la lascerà: milioni di disperati libici, che, prima di arrivare in Francia o in Inghilterra (se mai ci arriveranno o ce li faranno arrivare), si fermeranno a “bivaccare” a Lampedusa, magari in attesa di capire come integrarsi (o forse “disintegrarsi”) nella società italiana. Con buona pace di tutti, ma soprattutto dei nostri politici.
In queste ultime ore Pd e PdL si sono affrettati a rimarcare come questa guerra contro il rais Gheddafi sia solo per ristabilire la democrazia e salvare tante vite umane (soprattutto civili) sottoposte ad attacchi armati. Sarà tutto vero, ma c’è un altro grande motivo che preoccupa la Coalizione internazionale: la gestione futura dei giacimenti petroliferi libici. L’Italia, prima di questa guerra-lampo, era in una posizione di “vantaggio” rispetto a tutti gli altri Paesi, Francia e Inghilterra comprese. Non a caso il rais aveva visitato l’Italia, tra feste e onori degni di un grande capo di Stato, per stringere rapporti sempre più forti con Berlusconi, il suo Governo e le aziende italiane (dove oggi sono presenti rilevanti investimenti libici): dall’Eni, passando per Unicredit, Generali, fino ad arrivare al 7.5% della Lafico in seno alla Juventus F.c. (prima di Calciopoli i bianconeri hanno apposto sulla maglia, per 25 mln di euro a stagione, il marchio Tamoil).

