Multiproprietà nel calcio: perché Spagna e Portogallo attraggono le holding straniere.
Alla base dell’interesse troviamo tre fattori chiave: normative favorevoli, vivai d’eccellenza e una vasta gamma di opportunità economiche.
(di Davide Pollastri) – Spagna e Portogallo condividono molte delle condizioni che rendono la penisola iberica un polo attrattivo per i capitali delle holding interessate a investire nelle multi-club ownership. Il proliferare delle MCO in questa vasta regione è agevolato da un quadro legislativo favorevole, da un modello di business scalabile (capace cioè di generare una rapida crescita dei ricavi senza un aumento proporzionale dei costi), dalla fertilità dei vivai e dalla possibilità di accedere ad un ampio bacino di talenti, fruibile grazie ai profondi vincoli storici, culturali e linguistici che legano la penisola iberica al Sud America e all’Africa.
A Lisbona come a Madrid, anche lo scouting e lo sviluppo dei giovani sono favoriti dal contesto normativo. In Portogallo i club possono ingaggiare un numero illimitato di calciatori extracomunitari, mentre in Spagna i cittadini iberoamericani — così come gli andorrani, i filippini, i guineani, i portoghesi e i sefarditi — possono richiedere la cittadinanza dopo solo due anni di residenza legale (un’opportunità particolarmente apprezzata dai tanti calciatori, soprattutto latinoamericani, attratti dalla prospettiva di ottenere un passaporto comunitario in soli 24 mesi). Ma il quadro normativo favorevole e l’eccellenza dei vivai non bastano da soli a spiegare l’attrattiva che la penisola iberica esercita su holding come il City Football Group, detentore del 47% delle quote del Girona, e magnati come Evangelos Marinakis, proprietario del Rio Ave. Nel caso portoghese gioca un ruolo fondamentale la prospettiva di poter ammortizzare l’investimento attraverso la futura centralizzazione dei diritti radiotelevisivi.

In Spagna, un ulteriore elemento attrattivo è rappresentato dalla dimensione economica di un movimento capace — aggregando i ricavi dei club di Primera División — di generare entrate per 3,8 miliardi di euro. Tra i gruppi protagonisti del calcio iberico, oltre al già citato City Football Group, troviamo V Sports (proprietario dell’Aston Villa), detentore del 29% delle quote del Vitória Guimarães e del 25% delle quote del Real Unión, e Best Intentions Analytics, la holding britannica di Matthew Benham (owner del Brentford) neo-proprietaria del club Mérida UD (attualmente in Primera Federacion).
L’appeal dei club spagnoli è in forte ascesa anche tra gli investitori del Nuovo Mondo. In quest’ottica rientra l’acquisizione del Leganés da parte del Blue Crow Sports Group, fondo statunitense tra i cui fondatori figura anche l’italiano Giovanni Solazzi (Vicepresidente e DG del Cancùn FC).
Un caso a sé stante nel panorama variegato delle multicontrollate calcistiche è rappresentato dall’Atlético Madrid. Il club colchonero, attraverso la holding Atlético HoldCo, guidata dai principali azionisti Miguel Ángel Gil Marín ed Enrique Cerezo, esercita il controllo su due realtà della CONCACAF: l’Atlético San Luis in Messico e l’Atlético Ottawa in Canada. A queste si affianca il Famalicão in Portogallo, presieduto (tramite Quantum Pacific) da Idan Ofer, socio di minoranza di Gil Marín e Cerezo. Un ulteriore tassello che testimonia la volontà dell’Atlético Madrid di affermarsi come protagonista anche nel business globale delle multi-club ownership.

