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Molea (AICS) e Caffo (Telefono Azzurro) insieme sul tema del disagio giovanile nello sport

Nella giornata di ieri AICS e Telefono Azzurro (rappresentata dal presidente Ernesto Caffo) hanno organizzato presso la Sala della Regina alla Camera dei Deputati un convegno dedicato al tema del disagio giovanile nello sport (si è parlato di abusi e bullismo nelle sue diverse forme). Di seguito l’intervento integrale di Bruno Molea, presidente nazionale Ass.ne Italiana Cultura Sport e vice-presidente commissione (VII) Cultura. Presente tra gli ospiti/relatori il presidente della Federhockey su prato, il prof. Sergio Mignardi (nella foto di gruppo – primo da destra)

Oggi lo sport è diventato uno strumento sociale ed economico di grande rilevanza, risultando un volano elettivo di educazione, formazione, promozione della salute e di coesione sociale, in grado di rivolgersi con attenzione a tutti: ai più giovani, alla terza età, alle persone con svantaggio sociale ed economico e alle persone con disabilità.

Tuttavia, stiamo attraversando un momento storico in cui la coesione delle nostre comunità è messa a dura prova e in cui giungono sempre più alla ribalta della cronaca nazionale situazioni di bullismo, di abusi sessuali di adulti nei confronti di minori e, in generale, di disagio giovanile negli ambienti dello sport.

Riteniamo che sia arrivato il momento in cui il movimento sportivo, insieme alle famiglie e alle scuole, da un lato, e con le istituzioni e le associazioni che si battono per tutelare il diritto dei giovani ad una crescita salutare, dall’altro, si interroghino sulle responsabilità che abbiamo rispetto al disagio giovanile.

Prima di tutto per conoscere questo fenomeno, e, in secondo luogo, per capire come offrire una risposta immediata ed efficace ai disagi presenti e per creare oggi le condizioni che ci consentono di anticipare i disagi che si possono creare in futuro, in un’ottica preventiva.

La nostra forza, come movimento sportivo, è ed è sempre stata quella dei legami della comunità locale, pertanto oggi abbiamo chiamato a raccolta le tante facce che rappresentano la comunità e le ringraziamo tutte per aver risposto a questa chiamata: gli amici degli enti di promozione sportiva, gli esperti dei settori del diritto e del settore della psicologia e psichiatria, gli atleti che hanno fatto dello sport parte della loro vita, i giovani e gli insegnanti che vivono oggi dal di dentro il movimento sportivo. E lo abbiamo fatto con l’obiettivo di costruire assieme conoscenza sul disagio giovanile negli ambienti sportivi e sulle risposte che la comunità, in maniera integrata e in un’ottica di sistema, può offrire.

 

Da tutto ciò nasce il titolo di questo convegno “#insiemesipuò Aics e Telefono Azzurro uniti per promuovere sinergie di contrasto al disagio giovanile nello sport”. Aics e Telefono Azzurro intendono assumersi, oggi, ancor di più questa responsabilità, partendo dalle caratteristiche peculiari che ciascuno rappresenta e dalla complementarietà di azione che ne deriva:

  • Aics partendo da quanto il movimento sportivo può offrire in termini di competenze con la sua rete di dirigenti, tecnici, allenatori, volontari e in termini di occasioni aggregative strutturate, dove lo sport è strumento per imparare a stare insieme, fare gioco di squadra, perseguire obiettivi che contemplino prospettive di salute;
  • Telefono Azzurro, partendo dalle competenze specialistiche e dal consolidato modello di intervento emergenziale sui disagi intercettati, in grado di mettere a disposizione dei contesti sportivi territoriali conoscenze e strumenti atti a gestire l’emergenza e prevenire situazioni di disagio future.

Pertanto il messaggio che intende veicolare questa unione è che due realtà tra loro molto diverse possono lavorare insieme nel riconoscimento degli specifici ambiti di competenza e nella misura in cui sono impegnate rispetto allo stesso fine: conoscere il disagio giovanile nel mondo dello sport e avviare un programma di contrasto e gestione.

 

Aics e Telefono Azzurro vogliono oggi proporvi di dedicare questo incontro a interrogarci su quali siano le nostre responsabilità quando un giovane atleta vive un disagio nell’ambiente sportivo e decide di restare in silenzio, oppure quando un giovane, vivendo un disagio, cerca di offrire dei segni agli adulti o coetanei che lo circondano.

Cosa rispondiamo noi adulti? Siamo in grado di riconoscere questi segni? E una volta colti questi segni, siamo in grado di tutelare la vittima potenziale, ma anche tutti i giovani che direttamente e indirettamente sono coinvolti in quello che accade nell’ambiente sportivo?

Vorremmo dunque, grazie al contributo di tutti, focalizzarci sugli interrogativi più pressanti, che ci aiutino a conoscere il disagio che i giovani vivono negli ambienti sportivi e a prendere in mano le nostre responsabilità come comunità, con competenza e condivisione di obiettivi.

Raccoglieremo le differenti angolature da cui questo fenomeno può essere osservato, e possono essere molte, ma la domanda che vorremmo risuonasse durante questo nostro incontro è: quali sono le nostre responsabilità e cosa possiamo creare nel prossimo futuro affinché il movimento sportivo possa riconoscere e assumere le responsabilità che abbiamo nei confronti dei futuri cittadini del mondo?

 

 

Partiamo dunque da quali sono i principali disagi nell’ambiente sportivo

Nel preparare la giornata odierna, con il prof. Caffo, fondatore e Presidente di Telefono Azzurro, ci siamo in primo luogo interrogati su quali siano le forme più significative di disagio nello sport, che richiedono oggi non solo la nostra attenzione, ma anche una nostra azione fattiva.

 

Quando parliamo di disagio giovanile negli ambienti sportivi incontriamo principalmente due configurazioni di disagio: da un lato, il cosiddetto bullismo e, dall’altro, i reati sessuali perpetrati da adulti nei confronti di giovani atleti. Entrambi sono configurabili come condotte di abuso di potere di una o più persone su un’altra, ed entrambi comportano danni per la crescita dei nostri giovani, ciascuna in maniera specifica e con ricadute peculiari.

 

Il bullismo è il termine inglese più diffuso per indicare azioni prepotenti e prevaricatrici messe in atto da uno o più ragazzi/e nei confronti di un singolo coetaneo percepito come più debole. La parola comprende una gamma di diverse tipologie di sopraffazione, da comportamenti volti alla denigrazione e all’isolamento della vittima fino a comportamenti fisici di aggressione, attacchi verbali e gestuali, danneggiamento o furto di oggetti, appropriazione di denaro. Le più recenti manifestazioni sono apparse con l’utilizzo delle attuali tecnologie dell’informazione (da internet ai telefoni cellulari) per calunniare la vittima, diffamarla, diffondere immagini delle violenze perpetrate, che sono state denominate cyberbullismo.

Le conseguenze della prevaricazione appaiono di rilievo sia per la vittima che per il bullo. Le vittime possono sviluppare sintomi da stress, stati ansiosi e di ritiro sociale connesso a percezioni negative di sé. I bulli rischiano di apprendere, attraverso l’esercizio della sopraffazione, stili comportamentali socialmente inadeguati, orientamenti di disimpegno rispetto alle regole, ai diritti, alla sofferenza degli altri.

Un aspetto che conosciamo dagli studi di settore è che il bullismo si configura come un dramma della solitudine; nella minor parte dei casi la vittima confessa la propria condizione ai genitori, o agli insegnanti, o a qualche altra figura adulta, e la pressione di trovarsi al centro di una condizione di malessere provocata dalle prevaricazioni degli altri diventa spesso insopportabile. Portando, purtroppo spesso, a conseguenze drammatiche. 

 

Per abuso sessuale si intende, invece, il coinvolgimento in attività sessuali, fisiche o psicologiche, di una persona non in grado di scegliere (o perché sottoposta a costrizione fisica e/o psicologica, e/o perché non consapevole delle proprie azioni – ad esempio per via dell’età, di una particolare condizione psicofisica, etc.)

 

Bullismo e reati sessuali nei confronti dei minori costituiscono due forme di disagio che si accomunano per una condotta di abuso di potere che viene perpetrata da qualcuno nei confronti di qualcun’altro e di un processo di isolamento dagli altri adulti e/o coetanei di riferimento e dal contesto più allargato.

Tuttavia sono forme di disagio che richiedono risposte differenziate, a partire dalla necessità del riconoscimento dei segnali che le vittime possono in grado di offrire in relazione alle situazioni che vivono. Quindi richiedono anche una preparazione differente da parte degli adulti: se da un lato le azioni prepotenti e prevaricatrici di uno o più giovani nei confronti di un coetaneo possono diventare, anche solo occasionalmente, visibili (nonostante la vittima stessa cerchi nella maggior parte dei casi l’isolamento per nascondere questi accadimenti), dall’altro, l’abuso sessuale, perpetrato da un adulto nei confronti di un minore, si imposta sul riconoscimento condiviso della significatività della relazione tra adulto e minore, pertanto i segni di “alert” che può offrire il minore ad altri adulti sono rari, quantomeno quelli volontari, in quanto mettono in condizione il minore di rifiutare o interrompere proprio quella relazione ritenuta significativa con l’adulto autore del reato.

 

In particolare, come rappresentante di un ente di promozione sportiva, vorrei provare a spostare l’ottica adottata dal senso comune e a proporre agli intervenuti di interrogarci non tanto e non solo su cosa accade alla vittima e all’autore di un abuso di potere, ma cosa accade intorno, cioè negli ambienti sportivi, affinché tali condotte si realizzino e/o si compiano in maniera reiterata; tali azioni hanno infatti bisogno di un terreno fertile per essere poste in essere: questo terreno è quello del silenzio, dell’isolamento, della nostra sottovalutazione di segni portati dalle giovani vittime, talvolta segni minimi o addirittura involontari. Quindi la domanda che rivolgo a tutti coloro che interverranno oggi è: cosa facciamo accadere noi intorno alla vittima di un abuso perché gli/le sia ancora più difficile parlare? Cosa facciamo accadere noi del mondo dello sport affinché un adulto si attribuisca la possibilità di compiere un reato sessuale? Cosa facciamo accadere noi affinché un gruppo di ragazzi si percepisca indisturbato nel prevaricare un coetaneo?

 

La prima sollecitazione che vorrei rivolgere agli esperti i cui interventi seguiranno questa mia introduzione è dunque quella di offrici uno spaccato di quelli che sono i segnali che i giovani sono in grado di dare, anche involontariamente, e che noi possiamo imparare a cogliere con competenza.

Possiamo mettere a punto una “road map dei campanelli di allarme” che ci renda sensibili a ciò che lo sport per tutti insegna e promuove: il valore dello stare bene insieme prima della prestazione individuale; il valore della condivisione delle regole prima del guadagnarsi una medaglia; il valore del gioco di squadra prima dei risultati dei singoli. Perché quando non sappiamo riconoscere questi campanelli di allarme non è lo sport che fallisce, siamo noi che non riconosciamo lo sport come strumento di educazione alla vita, e di educazione alla convivenza civica; è l’umanità che fallisce dimenticando le opportunità che lo sport dispiega.

Cosa ci insegnano i recenti scandali del calcio inglese?

Ora, in relazione alla conoscenza che abbiamo del fenomeno, vediamo prima di tutto il quadro che ci giunge recentemente a livello internazionale, prendendo in considerazione i numeri del più grande scandalo che ha investito il calcio nel Regno Unito:

  • 248 squadre coinvolte (dalla Premier League agli amatori),
  • 184 potenziali autori di reati sessuali identificati,
  • 016 chiamate di denuncia alle autorità,
  • 526 vittime dai 4 ai 20 anni (il 97% maschi).

Uno dopo l’altro, nel corso del 2016, una mezza dozzina di ex-calciatori professionisti hanno rivelato ai giornali e alla TV Britanniche di essere stati vittime di allenatori-pedofili quando tiravano i primi calci al pallone. Oggi ormai adulti, denunciano a tanti anni di distanza da quegli eventi: si tratta di ex giocatori che nella loro carriera hanno giocato nelle grandi squadre come Liverpool e Tottenham, e che hanno avuto convocazioni nell’Inghilterra. Adulti che si mettono a piangere nelle dirette televisive, raccontando degli abusi subiti, e che raccontano di quanto sia costato loro decidere oggi di parlare, e che la decisione è stata presa per liberarsi da un peso che li ha oppressi per tutta la vita e per spingere altri a fare la stessa denuncia. E dichiarano sempre che sono convinti che le vittime siano tantissime. E infatti, non appena la federazione calcio inglese ha istituito una linea calda telefonica per denunce di questo tipo, sono arrivate oltre 50 chiamate in 24 ore. La vicenda ha occupato per lungo tempo le prime pagine dei maggiori quotidiani. Secondo alcuni commentatori potrebbe celare consuetudini ampie e diffuse come quelle delle scuole religiose e degli orfanatrofi cattolici in Irlanda.

 

Inoltre, nelle prime indagini, si è via via messa in luce la responsabilità delle società sportive di fronte alle denunce. In primo luogo va detto che non esiste obbligo di denuncia, così come in Italia. Quello che è risultato è che in una gran parte dei casi i clubs hanno raggiunto accordi privati con le vittime senza dare pubblicità allo scandalo. Un po’ quello che è accaduto nei casi di pedofilia nella Chiesa negli Stati Uniti d’America. Un ex calciatore – Gary Johnson – ha rivelato che il Chelsea lo ha pagato 50 mila sterline per chiudere la sua vicenda.

Il dibattito è dunque aperto: qual è la posizione che il movimento sportivo in Italia vuole assumere apprendendo le notizie che ci giungono dal Regno Unito?

Recentemente il gruppo “Mandate Now” ha raccolto 200 mila firme, consegnate al primo ministro inglese perché venga introdotto l’obbligo di denuncia in certe attività che riguardano i bambini. La materia è delicata, il rischio delazioni è considerevole. Il fenomeno appare dunque, agli occhi di molti osservatori, incredibilmente esteso, anche grazie a una serie di sottovalutazioni sulle quali l’Inghilterra oggi si interroga.

 

 

I numeri disponibili in Italia: trattasi di un fenomeno che conosciamo o di sommerso?

E noi in Italia riteniamo che il fenomeno sia molto diverso?

Secondo l’Istat in Italia nel 2014 ci sono state 494 denunce per atti sessuali con minorenne; da più parti emerge come la maggior parte degli abusi sessuali segnalati vengano messi in atto da persone conosciute, perlopiù appartenenti al nucleo familiare, solo 1 caso su 10 il responsabile è un estraneo. Non disponiamo di dati statistici di carattere nazionale sul contesto sportivo, pertanto possiamo ad oggi fare solo delle inferenze e domandarci in che modo possiamo conoscere appieno il fenomeno.

Per disporre di elementi di conoscenza, abbiamo allora effettuato una ricerca sugli archivi della stampa italiana.

Il risultato è che nei primi mesi del 2017 sono stati denunciati ad inquisiti almeno quattro tra tecnici e allenatori di squadre giovanili; il fenomeno è risultato fino ad ora prevalente nel settore calcistico, tuttavia abbiamo rilevato un caso recente di denuncia e di apertura delle indagini per un allenatore nel settore della pallacanestro. Nell’anno 2016 sono giunti alla ribalta delle cronache italiane altri 3 casi di molestie sessuali a danno di giovani atleti; andando a ritroso si trovano articoli ricorrenti agli anni 2010 e 2009. In tutti questi casi le denunce raccontano di minacce subite dai giovani (di divulgazione di immagini in rete), oppure di regalie (ricariche telefoniche, soldi) o ancora di promesse (di provini o di gioco in squadra) per “comprare” le loro prestazioni sessuali e il loro silenzio: e questo offre un ulteriore elemento di conoscenza, ovvero la relazione privilegiata allenatore-atleta. Se da un lato, è ciò che risulta necessario per saper superare le sfide che la pratica sportiva pone, per raggiungere obiettivi sempre più alti, dall’altro, è una relazione che può anche assumere i connotati di una relazione esclusiva, che può arrivare ad impedire al giovane di capire che quello che sta accadendo non rientra nella norma condivisa dalla società, oppure che quello che sta accadendo non sta accadendo per colpa sua. Tale da generare quell’isolamento che non consente al giovane di rivolgersi ad altri adulti, ad altri tecnici o a coetanei per parlare. L’interrogativo che pertanto rivolgo agli esperti che sono qui riuniti e in primis al prof. Caffo è quello di indicarci quali sono le condizioni su cui il movimento sportivo può agire, che rendano possibile costruire relazioni efficaci per il percorso di crescita dei nostri giovani atleti, ma che rendano, al contempo, possibile al giovane di riconoscere in molti adulti e molti coetanei una risorsa per i propri dubbi e difficoltà, per la propria crescita.

Un ulteriore aspetto che riguarda le responsabilità del movimento sportivo è relativo a ciò che da più parti, sia nel contesto internazionale che italiano, si osserva sulle denunce di ogni sorta di abuso: nell’ambiente sportivo le denunce sono spesso considerate un rischio per il buon nome della società sportiva. Anche su questo aspetto vorremmo proporre un rovesciamento dell’impostazione comune: il mondo dello sport ha un buon nome se non ha casi di reati sessuali o di abusi di potere da parte di coetanei? E’ questa l’impostazione che vogliamo adottare? I dati che risultano dalle cronache e i dati che possiamo inferire dalle statistiche internazionali e nazionali ci dicono, infatti, qualcosa di ben diverso: ci indicano che l’ambiente sportivo è uno di quegli ambienti dove l’abuso sessuale perpetrato da un adulto e la prevaricazione perpetrata da coetanei possono accadere, e accadono; il contesto sportivo è un ambiente in cui le relazioni possono assumere questa configurazione, pertanto vorremmo proporre di impostare un nuovo ordine del discorso: perché non partiamo dal presupposto che in ogni nostra società sportiva questo è quello che può accadere e diamo dunque per scontato che accada? E proprio perché sappiamo che questo può accadere e potrà accadere la domanda che ci poniamo dunque non sarà più SE questo accade, ma QUANDO, COME accade e COME possiamo organizzarci per saper rispondere prima, saper intervenire durante e gestire dopo.

 

Quindi il movimento sportivo non è più chiamato solo e soltanto a lavorare per osservare se i disagi dovuti a abusi di potere sono presenti oppure no, ovvero a fare opera di vigilanza o a collaborare con la giustizia sportiva; ma il movimento sportivo può e deve lavorare rigorosamente per partire dal dettato che l’ambiente sportivo, come ogni ambiente in cui hanno vita le relazioni umane, è un ambiente che rende possibile il disagio dei giovani; il bullismo e i reati sessuali sono forme che la relazione può assumere, dunque agire seriamente la nostra responsabilità implica pianificare e attuare programmi di prevenzione, di contrasto, di gestione dell’emergenza negli ambienti sportivi.

 

L’auspicio è che da questo simposio si apra un laboratorio per mettere in campo un progetto comune

E’ arrivato, dunque, il momento in cui il movimento sportivo, le famiglie e le scuole, in collaborazione con le istituzioni e le associazioni che si battono per tutelare il diritto dei giovani ad una crescita salutare, creino sinergie efficaci e fattive, che sappiamo mettere al centro le esigenze dei giovani, offrendo una risposta immediata ai disagi presenti e creando le condizioni per anticipare i disagi che si possono creare in futuro, in un’ottica di prevenzione, per rafforzare i legami della comunità locale, risorsa rilevante per supportare la crescita dei nostri giovani.

Qui avanziamo alcune proposte di strategie atte a realizzare un progetto comune, che veda il movimento sportivo riconoscere nello sport il luogo elettivo di promozione della salute e di educazione ai valori della convivenza civica.

  1. Istituire percorsi formativi per i nostri dirigenti e tecnici, per sviluppare competenze atte a promuovere i valori dello sport; la chiave è la preparazione degli adulti che vivono quotidianamente con i giovani, una preparazione che certamente deve essere e restare tecnica e che richiede selezione e preparazione continua, tuttavia tale preparazione deve essere allo stesso modo una preparazione come “educatori dei valori dello sport”. Percorsi formativi volti a far sì che la preparazione tecnica sia accompagnata ad una preparazione sul piano della promozione dei valori dello sport, che metta in condizione dirigenti e tecnici di saper applicare programmi e iniziative per gestire l’infrazione delle regole, per dare valore al fair play e per promuovere la coesione sociale delle squadre e dell’ambiente sportivo.

 

  1. Istituire e realizzare percorsi formativi indirizzati ai nostri dirigenti e ai tecnici per sviluppare conoscenze relative al saper cogliere i segnali del disagio giovanile, a partire dalla definizione della “road map dei campanelli di allarme del disagio giovanile nello sport”: una preparazione di base che ci colga preparati a reagire alle situazioni che sappiamo possono emergere; tale preparazione potrebbe vedere la messa in campo di un pool di esperti che hanno competenze differenziate e tra loro complementari, e che mettano in condizione gli adulti e i giovani di saper attivare le risorse che il territorio offre.

 

  1. Istituire e attuare iniziative di coinvolgimento diretto di ragazzi e ragazze nell’analisi del problema e nell’individuazione delle soluzioni, strategia che sollecita, con la partecipazione alla presa di decisione, orientamenti pro-attivi e assunzione di responsabilità. E’il caso dei programmi di peer education, basati sulla cooperazione e sulla reciprocità regolativa attraverso lo strumento dell’educazione tra pari e della mediazione, per una gestione costruttiva dei conflitti. Tali programmi prevedono anche percorsi mirati di formazione degli adulti con funzioni educative e l’attivazione di sistemi di intervento integrato (famiglie, scuole, comunità). L’esercizio di responsabilità individuale associato allo sviluppo di un senso condiviso/partecipato di legalità e solidarietà costituisce strumento più efficace della sanzione, da più parti ritenuta inadeguata sotto il profilo dei risultati che ottiene: de-responsabilizzazione diffusa, inasprimento dei conflitti, non considerazione della vittima, ratifica di ruolo, stigma e opposizione dell’autore del reato o di condotte che non promuovono la salute.

 

  1. Istituire prassi che gestiscano in anticipo il rapporto privilegiato individualizzato tra un adulto e un minore promuovendo la partecipazione di gruppi di tecnici allo sviluppo di competenze sportive; ad esempio promuovendo contesti di relazione che non rendano possibile a singoli adulti di restare soli con minori.

 

Si tratta dunque di 4 prime proposte che offro a questa assise auspicando di trovare la collaborazione di tutti per avviare una discussione su come mettere a punto progetti futuri che ci mettano nella condizione di assumerci la responsabilità di vigilare e di intervenire sulla crescita dei giovani atleti che, praticando lo sport, crescono come cittadini.

In tutto il mondo lo sport rappresenta infatti un’occasione per superare difficoltà che milioni di bambini e giovani vivono e per far fronte alle sfide della crescita:

  • la pratica sportiva è un’opportunità per generare condivisione tra persone di differente età, origine, provenienza geografica, culturale e religiosa e di appartenenza socio-economica;
  • l’impegno comune per perseguire un obiettivo sportivo, condividendo le medesime regole del giuoco, costituisce un’occasione di costruzione di cittadinanza oltre che di sviluppo di competenze legate alla pratica motoria;
  • la frequentazione degli ambienti sportivi e la partecipazione alle trasferte rappresentano per i giovani e gli adulti occasioni di promozione dei valori dell’aggregazione e dell’appartenenza.

 

Rendiamo dunque possibile che lo sport, attraverso le prassi territoriali, declini in azioni concrete i valori che lo contraddistinguono.

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Marcel Vulpis

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