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Leone XIV si presenta alla stampa parlando di pace e di AI.

(di Carmelo Pennisi)* – “Solo i popoli informati possono fare scelte libere”. Leone XIV, per la sua prima apparizione nell’Aula Paolo VI, ha scelto di incontrare la stampa mettendo subito l’accento sul motivo per cui bisogna supportare sempre i giornalisti: ne va della nostra libertà, che non dipende esclusivamente da un formalismo costituzionale o elettorale, anche se sono importanti. Un Pontefice (nella foto in primo piano) è un Pastore di anime che necessariamente deve partire dalla coscienza, sede primaria dell’incontro con Dio. La libertà non inizia con il riconoscimento politico, ma con il prendere atto della verità che ci circonda. Un giornalista è libero anche quando è stato messo in carcere in cagione del voler raccontare la verità, perché è in questa tendenza irrinunciabile della professione il punto di partenza di ogni discorso di pace.

Il Papa ha voluto sottolineare come la pace non passi attraverso una ricerca ossessiva del consenso, i giornalisti tengano presente il passaggio del “Discorso della Montagna” in cui Gesù proclama “Beati gli operatori di pace”. In questa intenzione “il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire no alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”. La parola “pace” contrapposta a quella della guerra, sta ritornando spesso negli interventi del Pontefice appena eletto. Con il sorriso dei pacati, Robert Francis Prevost deve star rivivendo la stessa angoscia di Benedetto XV, il Papa posto sul Soglio di Pietro proprio all’inizio della I Guerra Mondiale, da lui definita “l’inutile strage”. Leone XIV ha fatto capire come la stampa, per le necessità della pace, sia necessaria analogamente all’acqua, e ringrazia, esortando con forza la loro liberazione, tutti quei giornalisti oggi detenuti in carcere a causa del loro impegno professionale.

Un momento dell’udienza con i “media” da parte del nuovo Potefice (Robert Francis Prevost) all’interno dell’aula Paolo VI (Città del Vaticano) – 12 aprile 2025 – foto agenzia Sporteconomy

“Dal bacino del Volga molti milioni di uomini invocano, dinanzi alla morte più terribile, il soccorso dell’umanità”, scrive in un’Epistola del 1921 Benedetto XV. La vigilia della I Guerra Mondiale ricorda molto i tempi correnti, stesso estraniamento per la fine brusca dei fasti della “Belle Epoque”, con le sue illusorie promesse di pace duratura e opulenza per tutti. La stampa allora non seppe dare una grande prova di sé, schierandosi acriticamente con le ragioni delle fazioni opposte.

Papa Prevost, probabilmente memore di questa lezione, invita tutti noi a non dimenticare tutti quei giornalisti che, postisi “criticamente”, in questo momento stanno soffrendo per la restrizione della loro libertà. Tale questione “interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”. L’invito a non cedere mai alla mediocrità è stato il cuore centrale dell’intervento, si sa come la mediocrità sia il prodromo di ogni tipo di conformismo, un qualcosa foriera del velleitarismo oramai padrone di questo tempo. E proprio sul concetto di tempo, ricordandosi di essere un “Agostiniano”, Leone XIV ha scosso la platea con una bellissima e potente citazione di Sant’Agostino: “viviamo bene i tempi e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”. E su questi tempi, fin troppo caratterizzati da un universalismo finanziario che ci ha condotti fin dentro un nichilismo dai tratti incomprensibili, le parole del Papa invitano i giornalisti a concentrarsi sulla sfide delle sfide, ovvero quella di contrapporre con la “parola” la promozione di “una comunicazione capace di farci uscire dalla “Torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione dei linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio. Con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante”. L’uomo venuto da Chicago e dalla “fine del mondo” del Perù, con il suo stile pacato che il mondo sta imparando a conoscere, in modo deciso e senza possibilità di fraintendimenti, con poche parole ha messo i giornalisti davanti alle loro responsabilità, ricordando quale grande obiettivo si trovi davanti ad essi: “la comunicazione non è solo trasmissioni di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria”.

L’avvertimento pontificio è chiaro: la Chiesa di Prevost non starà a guardare di fronte al tentativo di manipolare le coscienze attraverso l’informazione che si fa propaganda e marketing. Inoltre farà ogni cosa nelle possibilità della sua missione perché l’Intelligenza Artificiale, con il suo potenziale immenso, sia al servizio dell’uomo, e non l’uomo al servizio dell’Intelligenza Artificiale. Leone XIV continua a parlare incessantemente di pace, anelito di ricchi e poveri allo stesso modo, insiste sul “brand” etico/morale  “pace disarmata e disarmante”, ma il “Pastore” è sempre lì, a ricordare che non si è vestito di bianco per fare della sociologia o dell’esistenzialismo da organizzazione internazionale: “vorrei tanto che ognuno di noi potesse dire di essi(la tv, il web, la radio, i social) che ci hanno svelato un pizzico del mistero della nostra umanità”. Alle analisi degli scienziati psico/sociali dell’inizio della modernità come Gustave Le Bon (“le folle rispettano la forza e sono mediocremente impressionate dalla bontà”), l’attuale Pontefice dona ai giornalisti un motivo per credere ad un mondo migliore: “vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”. Ancora si sente il ruggito del “Leone” appena affacciato dal “Balcone” di “Piazza San Pietro” il pomeriggio del scorso 8 maggio: “il male non prevarrà”. Ora tocca ai giornalisti continuare a crederci.

  • vaticanista, scrittore e sceneggiatore

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