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Il ricordo di Sandro Mazzola andato oltre il ricordo di un padre “gigante”.

(con il contributo di Carmelo Pennisi)* Essere figlio di Valentino Mazzola, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, già dovrebbe bastare per riempire una vita e interrogarsi in perpetuo su cosa sia la grandezza. Sandro Mazzola è andato oltre il ricordo di un padre gigante, tracciandosi un destino da leggenda che lo ha reso un’icona europea nel momento in cui il calcio italiano ritornava ad essere grande dopo il lungo purgatorio degli anni 50.

Non era stato facile riprendersi dal vuoto lasciato dal Grande Torino schiantatosi sulla collina di Superga, e quando l’Inter di Helenio Herrera nel maggio 1964 rifila tre gol al Real Madrid di Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskas nella finale di Coppa dei Campioni al “Prater” di Vienna, portando a casa la seconda Coppa dei Campioni consecutiva per l’Italia, dopo l’affermazione del Milan a Wembley l’anno precedente, è chiaro a tutto il mondo quanto il nostro calcio sia ritornato grande come lo era stato negli 30, che avevamo dominato con due titoli mondiali di seguito vinti. In quella finale austriaca due gol sono proprio di Mazzola, e sono passati solo tre anni da quando la Federcalcio aveva deciso di far rigiocare Juventus Inter, in un primo momento con la vittoria assegnata a tavolino ai neroazzurri per una invasione di campo.

Angelo Moratti ed Helenio Herrera non l’avevano mandata giù, e il giorno della ripetizione della partita per protesta avevano schierato la squadra primavera. Quel giorno, era il 10 giugno del 1961, solo Omar Sivori ne rifila sei ai giovani e volenterosi ragazzi dell’Inter. Alla fine il punteggio sarà di 9 a 1 favore dei bianconeri, ma l’unico gol dell’Inter lo segna proprio lui, Sandro Mazzola. E’ il giorno del suo esordio in Serie A, la prima di oltre 400 partite sempre con la stessa maglia, nella sponda opposta rispetto ad un altro grande giocatore, Gianni Rivera, con cui segnerà uno dei tempi indelebili del calcio italiano. Sono rivali nella stessa città, Gianni e Sandro, e niente può riuscire ad eccitare gli italiani più di una rivalità del genere.

Un destino da contrada capace di esondare  anche in Nazionale, infatti Ferruccio Valcareggi non li vede in campo nello stesso momento e allora nei bar sparsi nel Paese parte la più classica delle domande: meglio schierare Mazzola o Rivera? Le polemiche montano infuocate e nel mondiale messicano del 1970, Valcareggi decide di ricorrere alla staffetta: Mazzola parte titolare, per poi essere avvicendato da Rivera. Scelta in realtà non scelta, che mira a non scontentare nessuno però passata alla storia come uno degli errori a penalizzare gli azzurri nella finale persa contro il Brasile di Pelè.

Di Rivera parlerà sempre con ammirazione e generosità, consapevole di trovarsi davanti ad un grandissimo artista del pallone: “lui guardava destra e mentre tutta la squadra avversaria si spostava nella direzione del suo sguardo, lui lanciava sulla sinistra”. Quando il passato aumenta è il futuro che diminuisce, e alla conclusione degli anni 60 forse Sandrino ha la sensazione di aver detto tutto quel che aveva da dire, perché se hai vissuto l’epopea della Grande Inter e hai portato a casa due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e un Campionato Europeo acquieti il credito che pensi di avere con la vita e la grandezza.

Vai avanti per passione e professione e forse ogni tanto guardi in direzione Torino, forse ti chiedi se il prossimo passo possa essere indossare la maglia Granata, per chiudere omaggiando il ricordo di un padre andatosene via troppo presto. Ma certi passi sono difficili da fare, scoperchiare i sentimenti è ancora più difficile. E poi il Toro per lui non poteva essere il posto dove chiudere il sipario, troppo era il rispetto per quella maglia che aveva reso immortale fin oltre gli dei l’amato genitore.

Bisogna dare il meglio di sé con le cose che graffiano l’anima fino a  scartavetrare le lacrime da infante, e poi guardare ogni mattina verso il punto lontano della Basilica di Superga non sarebbe stata una cosa troppo agevole per il cuore. Gli ultimi anni all’Inter sono da malinconia autunnale, dall’albero rigoglioso della grande squadra costruita da Herrera cadono le foglie di Jair, Corso, Burgnich, Bedin.

San Siro è ovviamente ancora maestoso e il tunnel che porta alla luce del prato verde rimane seducente, ma è il momento di staccare la spina dal gioco che lo aveva riscattato e redento da dolore, e così alla fine di una finale di Coppa Italia persa con il Milan, trova nelle parole di Dante Alighieri l’originale modo di comunicare alla stampa il suo ritiro dall’attività agonistica: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.

In questa citazione c’è la reverenza verso qualcosa di più grande, che non può chiamarsi destino ma piuttosto regolatore di tutte le cose verso il quale poggiamo lo sguardo con gli occhi e con il desiderio. La tragedia lo fece ghermire dal mistero e una mano invisibile lo condusse in giro per i campi da gioco, dove ogni volta rimase sedotto dallo stupore dalle grandezze che incontrava, pur essendo egli stesso una grandezza. Chissà se il ritratto che Gianni  Brera gli dedicò lo rese soddisfatto: “nasce come un prodotto sintetico del calcio milanese, che lo vuole degno del padre morto a Superga”. Nato figlio di Valentino, non poteva chiedere di più.

  • giornalista sportivo, scrittore e sceneggiatore cinematografico

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Redazione

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