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Sostenibilità sportiva e il rischio da 1,6 trilioni di dollari.

L’80% degli stakeholder finanziari adotta clausole green per scongiurare la svalutazione dei brand ed omologarsi ai nuovi standard europei.

(di Ciro Carta) – Da inizio anno, il monopolio planetario delle sponsorizzazioni in ambito sportivo ha tagliato il traguardo dei 105 milioni di dollari, ma l’aspetto più rilevante riguarda le caratteristiche dei flussi finanziari.

Come si evince dal recente “Sport Industry Report 2026“, la filiera sportiva agisce su un doppio binario finanziario; il World Economic Forum segnala come il settore rischi potenzialmente un deficit di 1,6 trilioni di dollari entro il 2050, soprattutto relativamente agli introiti annuali laddove si prefigurerebbe un disavanzo di 517 miliardi di dollari già entro il 2030.

La causa di questa ipotesi di dissesto è dovuta al clima: l’innalzamento delle temperature, l’inquinamento e i fenomeni atmosferici estremi stanno già intralciando pesantemente le competizioni, danneggiando le catene di approvvigionamento e penalizzando quelle comunità che sostengono l’intero ecosistema sportivo.

Altrettanto importante è la proposta “sostenibile“, vista non più come semplice ideale, ma come necessità strutturale. In questo caso, la principale insidia dipende dalla crescente inattività fisica, soprattutto tra le generazioni emergenti; non si tratta solo della questione relativa alla salute pubblica, ma anche la prospettiva di veder minata la base futura dei tifosi e dei consumatori, il che influirebbe sui ricavi del merchandising, degli eventi d’élite e del settore del fitness.

Per far fronte a queste problematiche, l’80% degli stakeholder finanziari (fonti European Sponsorship Association e Global Data 2025-2026) introduce nei contratti delle clausole di garanzia ambientale misurabile: è essenziale, in tale scenario, che un club sia “green” per non subire una svalutazione del proprio brand e, al contempo, incorrere nei rischi finanziari conseguenti alle suddette criticità.

La direttiva CSRD a supporto delle aziende sportive

Il quadro appena tracciato trova conferma nella prospettiva legislativa delineata dalla CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) secondo la quale i colossi aziendali devono necessariamente certificare le emissioni del loro Scope 3, cioè il contributo apportato dai loro partner e che ha reso la sostenibilità uno standard di compliance.

La spiegazione di questo scenario risiede nel fatto che, se un club di Serie A o una lega professionistica, non utilizza parametri validi del proprio impatto ambientale, lo sponsor (che sia un Official Banking Partner, un’azienda automotive o un Green Energy Provider) non può redigere il definitivo bilancio di sostenibilità. Di conseguenza, il club risulterà essere “non sponsorizzabile”, il che comporta una perdita potenziale del 15-20% del valore contrattuale come premio di rischio (o ESG discount).

Scongiurando questo aspetto critico, si andrebbe a migliorare l’EBITDA (Earnings Before Interest Taxes Depreciation Amortization), ovvero l’indicatore per eccellenza utilizzato nel bilancio di una società sportiva (e di qualunque azienda) per poter stabilire la quantità di fondi monetarie generate dal business, ancor prima che possano influire le tasse, gli interessi sui debiti, gli ammortamenti e svalutazioni. In Italia, tale indicatore corrisponde al MOL (Margine Operativo Lordo).

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Redazione

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