Tavecchio e il ruolo dei media. E se Godin non avesse segnato all’Italia?
A Natal, infatti, alcune settimane fa, finiva il triste Mondiale dell’Italia. All’Arena “das Dunas” gli azzurri di Prandelli perdevano 1-0 contro l’Uruguay e venivamo eliminati. A condannarci un colpo di testa dell’esperto Godin (difensore e capitano dell’Atletico Madrid) all’81’. Con lui e il suo gol è andato, di fatto, in fumo il sogno della spedizione azzurra, una spedizione guidata, è bene ricordarlo, da Demetrio Albertini, leader maximo del Club Italia.
Pochi minuti dopo il c.t. Cesare Prandelli e il presidente Giancarlo Abete (già stanco e forse anche logorato), in mondovisione, annunciavano, con motivazioni diverse, di dimettersi dai rispettivi incarichi. Questa è la storia recente dell’Italia in Brasile. Non abbiamo mai avuto idee chiare in campo, dove arrancavamo indistintamente, sperando, con una forma atletica degna di una squadra di terza categoria, per chissà quale scherzo del destino, di vincere per blasone.
Ma vi immaginate se Godin, appunto in stile “Sliding Doors”, non avesse segnato e l’Italia fosse andata avanti magari anche superando, sempre grazie al fattore “C”, la forte Colombia?
Sapete cosa sarebbe successo? Abete non avrebbe lasciato la poltrona di presidente della FIGC se non alla scadenza del mandato (ovvero il 2016) e nessun media avrebbe mai chiesto le sue dimissioni. Tutti zitti e coperti. Questa è la realtà. Quello che è andato in onda, post eliminazione brasiliana, parte, a torto o a ragione, dal gol di “nuca” di Godin. Con la sua rete il calciatore uruguaiano ha fatto uscire dallo stagno i pretendenti al trono FIGC del 2016.
Se avessimo raggiunto il traguardo dei quarti (ovvero il risultato minimo per una squadra del valore e della storia dell’Italia) nessuno avrebbe parlato di riforme, di esigenza di novità fino a quella data. Tutti buoni e tranquilli fino a questa scadenza naturale. Con Abete, un galantuomo, ma anche il guardiano (appunto “gentile”) di uno stagno immobile, come il football tricolore.
Oggi serve, invece, un presidente “decisionista” (Tavecchio lo è, Albertini meno che mai), che sì ascolti tutte le componenti, ma che poi si prenda le responsabilità politica delle sue scelte.
Questo, negli ultimi anni, sinceramente, non l’abbiamo visto nella figura di Abete e se dovesse vincere Albertini, lo vedremmo riveduto e corretto nella figura dell’ex calciatore del Milan. Ha infatti un carattere troppo “soft”, per poter navigare nelle acque tempestose del calcio nostrano.
Quindi, se non avesse segnato Godin, nessuno tra i media si sarebbe spellato le mani a parlare di progetti futuri e di programmi dei due candidati (Tavecchio e Albertini). Peccato, però, che questo sia accaduto al massimo per una giornata a testa, poi, i cosiddetti media, si sono concentrati nell’attacco frontale, ripetuto e continuo, solo nei confronti di Tavecchio, reo sì di aver sbagliato tempi e forme, ma sicuramente non razzista come vorrebbero farci credere o portare a credere.
Sconvolgente anche la tattica a testuggine della stragrande maggioranza dei giornali (sportivi e non): chi partecipa o sostiene il fronte Tav è cattivo e oscuro, insomma il vecchio che non vuole cambiare, l’uomo nero (compreso il povero presidente Abodi, Lega serie B, che, per natura, è la persona più conciliante di questo strambo mondo). Chi sostiene, invece, i “No Tav” è moderno, riformatore, bello, elegante e buono a prescindere.
Il vero razzismo è stato questo: chi può permettersi di dire o scrivere, a prescindere, che Galliani-Lotito sono inadeguati o il vecchio, e Agnelli-Della Valle-Pallotta (sponsor di Albertini) invece, il nuovo che avanza? Chi può decidere, dalla propria collinetta, chi è il buono o il cattivo? Questo atteggiamento dei media, in occasione delle candidature per la presidenza FIGC, è stato molto borderline: non è questo, forse, il primo caso di razzismo mediatico strisciante?
E anche, mi permetto di dire, molto anti-democratico. Se passa il concetto che un media può indirizzare la testa dei propri lettori su un candidato o sull’altro (e lo stesso vale in politica), allora siamo già in una società orwelliana, ma nel senso più becero del termine.
E non è ancora finita: manca ancora tutta la giornata in corso, domenica e l’intero lunedì 11 agosto prossimo venturo, dove non è impossibile escludere a priori parolacce e schiaffi tra i “fan” di questi due schieramenti. Insomma, ci sarà da divertirsi o da commiserarli (più che commissariali caro presidente Malagò) lunedì mattina all’Hilton di Fiumicino. Il “giorno del giudizio”, come l’ha ribattezzato Mario Macalli numero uno della Lega Pro.
Solo una cosa, in tutto questo caravanserraglio, è mancato all’appello: un confronto serio tra candidati sui programmi e sulle idee (anche se queste idee poi le sentiamo da 20 anni appena c’è appunto l’elezione federale di turno). Ormai, in Italia senti sempre le solite “messe cantate”: investiamo sui giovani e poi nelle Primavere trovi solo stranieri; gli stadi devono essere belli e funzionali sette giorni su sette, peccato che l’unico con queste caratteristiche sia quello della juventus; dobbiamo investire sulla tolleranza, ma abbiamo ancora stadi-lager per i tifosi.
Insomma, tante belle parole al vento, anche perché i miei colleghi altrimenti come le riempiono le pagine d’estate? Ecco che allora, se fossi Tavecchio, al termine di questa candidatura, invierei una bella fattura a tutti i giornali. Perché Tavecchio è servito, con le sue frasi ad effetto, a loro, ma loro non hanno saputo divulgare le idee del suo programma. Nemmeno hanno cercato di leggerlo. Perché, tutti in massa dovevano sostenere il bello e il nuovo a prescindere: Albertini. Era “cool” sostenere Albertini. Ma qualcuno dei miei colleghi ha capito il senso del programma dell’ex calciatore del Milan? Io ancora lo cerco.
Questo è avvenuto, perché l’Italia, da secoli, non vede l’inizio di un nuovo Rinascimento mentale. Tutti spenti, allineati, a far il controcanto ai “guardiani dello stagno” (in questo caso FIGC). In attesa di un nuovo Godin. Per poter far credere di indirizzare questo o quel vincitore.
Ormai la vittoria di Tavecchio fa più paura ai media che non al resto del mondo del calcio: se vince passa il concetto che i giornali, anche se spingono su un candidato, non riescono comunque a farlo vincere, come 20-30 anni fa. Forse perché non fanno più opinione (magari c’erano anche giornalisti di maggior peso) o forse, peggio ancora, perché servono solo per fare la rassegna stampa di un gruppo di eletti, che credono, con le loro cammarille di basso profilo, di poter direzionare i destini del mondo.
Per concludere: una federazione seria non cambia un vertice per un gol, ma perché non sono stati raggiunti una serie di obiettivi programmatici a valle, dopo averli condivisi a monte (tra tutte le componenti). Ma siamo sicuri di vivere in un paese serio? Inizio ad avere forti dubbi.
(di Marcel Vulpis) – Facciamo per un attimo rewind, come nel bellissimo film “Sliding Doors” di Peter Howitt (un’opera prima del regista americano, tutto incentrato sul tema del destino), e chiediamoci cosa sarebbe successo se l’Italia, invece, di uscire nella fase a gironi si fosse, invece, qualificata agli ottavi di Brasil2014.

