Editoriale – Tavecchio ha sbagliato, ma la gogna mediatica è il vero razzismo del Terzo Millennio

Fiumi di inchiostro, richieste di dimissioni, dichiarazioni al vetriolo per colpire un uomo (Carlo Tavecchio) e dare la possibilità all’avversario (Demetrio Albertini) di provare a ritornare in corsa, visto che ha una manciata di voti talmente scarsi che non è credibile neppure come potenziale oppositore in FIGC. E così da ieri siamo di fronte ad una farsa da teatro veneziano. 
Colleghi che sboninano il video della dichiarazione di Tavecchio, pur di cogliere lo 0,1 per mille di una presunta battuta razzista. Peccato che lo stesso abbia contribuito con donazioni alla costruzione di ospedali in Togo e Benin (queste notizie però non interessano a nessuno), in tempi passati e senza i riflettori accesi dei media. Veramente un singolare razzista. Aiuti in Africa, poi in Italia impazzisce. E’ giusto parlare di farsa. Viviamo in un paese di finti perbenisti, altrimenti non accetteremmo che una popolazione, quella romanì (i ROM per intenderci) possa essere “chiusa”, da anni, in veri e propri lagher, con tanto di filo spinato. Ma il perbenismo di una certa politica parla persino di “integrazione” e i fondi dell’Unione europea finiscono in questi accampamenti, dove un essere umano non potrebbe nemmeno svegliarsi la mattina. Per me è segregazione, visto che il 65 per cento di questa popolazione è di passaporto italiano (ma questo i giornali non lo scrivono), per il centro-sinistra invece è integrazione. Vedete come tutto è relativo. Dipende da quale angolo guardi un problema.
 Ma torniamo al numero uno della LND, candidato alla poltrona di presidente della Federcalcio.
Tavecchio, diciamola tutta, dà fastidio ad una parte del calcio italiano che ha trovato una prateria aperta dopo le dimissioni di Giancarlo Abete e che ha visto in Tavecchio (dirigente sportivo di lunga data con l’ambizione sana di candidarsi ai vertici del football tricolore) l’unico ostacolo. Non potendolo abbattere sotto il profilo dei numeri (è oltre il 65 per cento) l’unica era cercare in modo pretestuoso la viralizzazione razzista di una battuta, sì infelice e sbagliata per il momento (di cui lo stesso presidente della LND è consapevole), ma assolutamente non razzista. 
Bene ha detto Andrea Abodi, presidente della Lega serie B, persona giovane e concreta: “Una battuta inaccettabile non fa di una persona un razzista“. Basterebbe questa considerazione di buon senso per farla finita e procedere di buon grado verso un rilancio della FIGC seguendo gli 11 punti del programma di Carlo Tavecchio (l’unico ad aver presentato un programma credibile). E invece no. Fiumi di parole, PD contro FI, Gazzetta contro giornali romani, Juventus contro Beretta (presidente lega serie A e top manager della comunicazione Unicredit) e Claudio Lotito (SS Lazio).  
Alla classe politica, ma soprattutto al governo, consiglierei di occuparsi piuttosto del caso Ciro Esposito (venuto a mancare non troppi giorni fa). A poco più di due mesi dal fattaccio non sappiamo neppure come sono andati i fatti e, soprattutto, l’introduzione di quelle misure severe che il premier Matteo Renzi aveva stoppato per non perdere (presumibilmente), durante le elezioni europee, i voti degli ultras (oltre 80 mila in tutta Italia, senza considerare le famiglie). Di quelle norme se n’è persa incredibilmente la necessità, sia da parte del premier, sia da parte del sottosegretario Graziano Delrio (PD), e, ancor di più, da parte del ministro dell’Interno Angelino Alfano (NCD). In Inghilterra questi tre soggetti si sarebbero tutti dimessi (visto che molti di loro assistevano impassibili dalla tribuna autorità alle “bravate” di “Genny la Carogna” nella notte di Ciro Esposito). Adesso uno di loro (parlo di Delrio) “pontifica” sulla battuta di Tavecchio, trattandolo da moderno “mostro“. 
Io mi concentrerei piuttosto su altre cose, perché la battuta di Tavecchio, seppur infelice, passerà, mentre la morte di Ciro Esposito e il problema della violenza negli stadi resta una problematica irrisolta. E non mi sembra che ci sia qualcuno che si sia dimesso pur avendo delle responsabilità su questo fronte. Ma è l’Italia. Si parla del problema altrui per spostare l’attenzione sui problemi veri. 

Sempre a proposito di razzismo, un’ultima annotazione. Anche la “gogna mediatica” è una forma (tra l’altro subdola, quindi anche più crudele) di razzismo. Questo nessuno lo scrive, a parte noi. 

E il caso Tavecchio, scivolato incautamente su una battuta di presunto razzismo, diventa l’occasione più bella, per la classe politica italiana, per dividersi, ancora una volta, in innocentisti e colpevolisti. D’altronde, quando ci troviamo in un paese dove una legge non passa dal Parlamento neppure per caso (se non attraverso lo strumento governativo del decreto-legge) è giusto occuparsi del “caso Tavecchio”. I problemi veri del paese sono questi, no? 

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Marcel Vulpis

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