Commenti negativi sul decreto legge anti-pedofilia e sull’effetto tsunami che potrebbe avere sullo sport italiano

Rischia di esplodere il caos nel mondo dello sport juniores, a partire dal minirugby, se il decreto legislativo del 4 marzo scorso entrerà in toto in vigore il prossimo 6 aprile. Un decreto che recepisce una direttiva europea per combattere la pedofilia (quindi più che positiva e giusta), ma che in Italia è stata recepita in maniera molto restrittiva e, come sempre, caotica.
Dal prossimo 6 aprile, infatti, chiunque lavori (sia sotto contratto sia a livello volontario, ndr.) a contatto con i minori dovrà presentare al proprio datore di lavoro il certificato penale “al fine di verificare l’esistenza di condanne per taluno dei reati di cui agli articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies e 609-undecies del codice penale, ovvero l’irrogazione di sanzioni interdittive all’esercizio di attività che comportino contatti diretti e regolari con minori”. In poche parole, per controllare che chi lavorerà con dei minorenni non abbia una condanna per pedofilia.
A prima vista una legge giusta, sacrosante. Ma che ha subito posto più di un problema. Perché la richiesta del certificato dovrebbe essere obbligatoria ogni sei mesi, con un costo per gli educatori (o le società, se se ne faranno carico) di circa 60 euro l’anno per ogni allenatore/educatore. Il che rischia di trasformarsi in un esborso enorme per società sportive senza fine di lucro.
La direttiva europea, in verità, parlava del diritto dei datori di lavoro di chiedere informazioni sulla situazione penale di chi lavora con minorenni, mentre il decreto italiano lo ha reso obbligatorio e con sanzioni molto pesanti. Perché “il datore di lavoro che non adempie all’obbligo di cui all’articolo 25-bis del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre, n. 313, è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 10.000,00 a euro 15.000,00” come si legge sempre sulla Gazzetta ufficiale.
A ciò si aggiunga che, come spesso accade in Italia, le leggi sono interpretabili e poco chiare. E spesso in contrasto con altre leggi in vigore. Per esempio quella sulla privacy. Perché il certificato penale è generico, comprende ogni possibile condanna subita. Quindi un datore di lavoro potrebbe venire a conoscere dati sensibili dei propri dipendenti che nulla hanno a che vedere con la pedofilia e il rapporto con i minorenni. In contrasto con il diritto di privacy, appunto.
Eppure, la scadenza è imminente. Il decreto entrerà in vigore il prossimo 6 aprile, cioè tra tre giorni. In teoria, se domenica ci saranno tornei di minirugby, o juniores, le società sportive dovranno già esibire i certificati penali dei loro dipendenti, degli allenatori e degli educatori. Il tutto con i dubbi, i costi e le incertezze che abbiamo descritto. Per questo motivo il presidente del Coni Giovanni Malagò si è rivolto con urgenza al governo. “Sono profondamente rispettoso delle leggi e delle norme, in particolare quelle contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei minori, tuttavia non posso non rilevare che il decreto legislativo che andrà in vigore da domenica rischia di bloccare l’attività di centomila associazioni sportive – ha detto Malagò, che continua -. Il mio auspicio è che il Governo possa prevedere una fase di moratoria almeno per consentire alle associazioni sportive di concludere la stagione 2013-2014 e nello stesso tempo di dar loro il tempo per adeguarsi ad una norma giusta ma inattesa”. Altrimenti sarà caos.

Un interessante commento del giornalista/blogger Duccio Fumero di Blogosfere sul tema del decreto legge in materia di norme anti-pedofilia che entrerà in vigore il prossimo 6 aprile. Norma sacrosanta, ma evidentemente ancora una volta non studiata a tavolino con gli operatori del settore, ovvero dello sport italiano. I dubbi anche di Giovanni Malagò, presidente del CONI, che chiede una “moratoria” ed una attenta rilettura delle norme attuative del testo in esame. 

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Marcel Vulpis

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