Salutando Osvaldo Bagnoli…il mister del “miracolo” Verona (’85)
(di Carmelo Pennisi)* – Una foto in bianco e nero mostra un uomo in bicicletta pedalare lungo “Via Lambruschini”, diametro acciottolato di una “Bovisa” per una lunga epoca percorsa da operai che cercavano nell’industria ciò che la campagna non aveva potuto offrirgli. L’aspetto plumbeo del cielo amplifica l’assenza di tutto ciò che è attorno, perché a quel tempo la maggior parte della vita era chiusa nelle fabbriche, e il giorno era un prodotto da “ghost town” a cui oggi si farebbe fatica a credere.
Osvaldo Bagnoli cresce in questo apparente niente che però è tutto, dove tirare calci ad un pallone e ascoltare i resoconti degli adulti mentre leggono sui giornali le prodezze di Milan e Inter, sono l’immaginazione che diventa sogno, che poi diventa realtà. Dalla ferrovia che cinge il quartiere come in un abbraccio di ferro, probabilmente l’Osvaldo bambino aveva visto partire i soldati per il fronte, e queste sono immagini difficili da dimenticare: delimitano la prima metà del novecento con la seconda metà. E’ tutto estraniante quando sei parte di una generazione con il rumore delle bombe incastonante nella memoria a rinculare continuamente nelle orecchie, che convive con quella parte che di questo rumore sordo e agghiacciante ne ha solo sentito parlare attraverso racconti orali o sui libri.
Ti devi adattare al nuovo ma non vuoi assolutamente dimenticare il vecchio, da dove tutto è rinato sotto i tuoi occhi. L’Osvaldo si innamora del Milan di “Gre-No-Li”(Gunnar Gren, Gunnar Nordhal, Nils Liedholm), e con il Milan si ritroverà a giocare nel settore giovanile e poi per un campionato in prima squadra. Poi comincia una vita da mediano in giro per l’Italia, letteralmente da nord a sud. Appesi gli scarpini al chiodo, la vita da allenatore pare prendere anch’essa quella del mediano, finché la strada non si incrocia con quella di Tino Guidotti, uno mantovano diventato ricco vendendo automobili. Bagnoli non sa ancora, non può saperlo, che quello sarà il turning point della sua vita che lo porterà a fare la storia del calcio.
Il 1982, quando Guidotti lo assume per guidare il suo Verona, da circa un anno è avvenuta la separazione tra Banca d’Italia e il Tesoro, e ciò sta provocando una crescita della base monetaria complessiva, una crescita che si sta riversando anche sui club di calcio, favorendo in modo decisivo il boom degli anni 80 e 90 della Serie A, presto celebrato come il campionato più bello e seguito al mondo. Il primo anno sulla panchina dei gialloblù veneti è già un trionfo e storia, e gli “Scaligeri” agguantano il 4 posto e l’Europa: siamo al miglior risultato di sempre, e nessuno può immaginare che l’anno seguente avverrà quella celebrata dalla stampa americana specializzata fra le dieci più grandi imprese sportive di tutti i tempi.
Ma l’epica è tale perché non puoi mai prevederla. Ai nastri si partenza del campionato 1984/85 sono presenti calciatori del calibro di Zico, Maradona, Platini(fresco campione d’Europa), Passarella, Rumenigge, Falcao, Cerezo, Diaz, Brady, Boniek. Alla prima partita di campionato l’Hellas batte il Napoli di Maradona, e tutto pare proprio una profezia, infatti non mollerà la testa della classifica per le restanti 29 giornate di campionato. Abbiamo detto di un Paese che sta per diventare ricco come non lo è mai stato, i soldi sono copiosi nello scorrere quotidiano ma il contesto sociale è ancora genuino, è quel diametro acciottolato della Bovisa post bellica. I bambini rincorrono per strada e all’oratorio il pallone, e rimane presente quel decoro esistenziale che Bagnoli non abbandonerà mai. Il tecnico meneghino per la seconda volta nella sua vita si trova a cavallo tra un presente appena passato e un futuro che sta affermando.
Alla squadra del quarto posto si sono aggiunti il tedesco Hans Peter Briegel e il danese Preben Elkjaer: saranno la potenza che darà munizioni alla semplicità. E’ un calcio a trazione posteriore, quello di Bagnoli, perché una difesa funzionante è da sempre la migliore premessa per vincere. Si rallentava il gioco, si teneva la palla, e poi con 4/5 passaggi improvvisamente gli “Scaligeri” arrivavano davanti la porta. Sergio Guidotti, figlio di Tino, ricorda come in “città si respirava Hellas Verona. Ovunque, anche le signore anziane, parlavano della squadra. La cavalcata trionfale del Verona è stata vissuta dalla città, è stato un sogno”. Nonostante gli astrologi a gennaio del 1985 prevedessero lo Scudetto alla Juventus, alla fine i gialloblù la spunteranno con il Torino subito dietro. Fu un campionato sorprendente perché nelle prime 4 tra le grandi riuscì ad infilarsi solo l’Inter.
Fu il canto del cigno del congedo dell’Italia della Bovisa, da quel momento non ci fu più spazio per chi non aveva i soldi necessari per vincere . Nove anni dopo, è il 1994, in una Italia stravolta da “Mani Pulite” e dalla caduta della “I Repubblica”, Bagnoli smetterà di inseguire calcio dalla panca alla fine della sua non esaltante esperienza all’Inter. Da quel momento si ritira tra le braccia della sua famiglia e dei suoi valori, ha già avuto dalla vita più di quanto si sarebbe mai aspettato, e questa nuova Italia che sta nascendo non fa più per lui.
Ogni tanto gli si riaccendevano i ricordi, e allora gli aneddoti ritornavano su: “ve lo ricordate il gol che Elkjaer fece alla Juve? Fugge come un cavallo sulla fascia, perde la scarpa al momento di tirare e segna, da scalzo”. Era il calcio delle infinite possibilità e della semplicità, come ha scritto Ermanno Olmi nel suo “Ragazzo della Bovisa” in fondo “la creazione del mondo è una giornata qualsiasi”. Non prendersi mai troppo sul serio, in quel diametro acciottolato era la regola aurea e Osvaldo Bagnoli non l’ha mai dimenticato.
- scrittore, sceneggiatore cinematografico e giornalista sportivo

