Perche’ Sporteconomy e’ dalla parte di Paddy Power sul tema della lotta all’omofobia nello sport


E questo noi giornalisti (che siamo chiamati a sviluppare cultura tra chi ci legge) lo dobbiamo dire con forza. Per me un calciatore gay o etero è uguale e non potrebbe essere altrimenti, l’unica differenza è se gioca bene o male. Non può esistere, almeno per quanto mi riguarda, alcun altro metro di riferimento/valutazione. Ecco perchè mi piacerebbe che uscisse allo scoperto il primo calciatore italiano/straniero gay, capace di aver il coraggio di dichiararlo. Noi di Sporteconomy siamo pronti ad intervistarlo, perchè sarebbe finalmente un uomo dotato di coraggio. Troverebbe una struttura giornalistica pronta ad accogliere il suo coraggio e a trasformarlo in un momento epocale per la crescita della nostra società sul tema del riconoscimento dei diritti civili degli omosessuali. Una cosa deve essere altrettanto chiara: chi è omofobo è un razzista. Lui sì merita il silenzio, l’isolamento sociale, non il gay, solo perchè ama un altro uomo. Le sue preferenze sessuali fanno parte della sua sfera di intimità e non devono pregiudicare in alcun modo la sua vita. Costringere persone a noi vicine a nascondersi è vergognoso a priori e mi piacerebbe vivere sempre più in una società “open mind”, dove l’unico elemento di valutazione è il valore (umano e/professionale) della persona. Non le sue tendenze sessuali, il colore della sua pelle, ciò che professa a livello religioso o come vota nell’urna elettorale. Perchè se dovessero, nei prossimi anni, continuare ad esistere casi di omofobia (con casi di cronaca nera) vorrebbe dire che non siamo usciti ancora dal Medioevo. Ed ecco perchè personalmente e come agenzia abbiamo aderito alla campagna sulla omofobia e invitiamo tutti i nostri lettori a seguire i diversi momenti di questa iniziativa sull’hashtag #Allacciamoli
(di Marcel Vulpis) Quando si costringe un essere umano (uomo o donna che sia) al “silenzio”, a nascondersi, c’è già qualcosa di “sinistro”, un senso irrimediabile di prevaricazione di fondo sull’altro, perchè qualcuno ha deciso a priori (non si capisce sulla base di quale legge, se non quella della prepotenza e del sopruso sociale), che è diverso da noi. Ma essere omosessuale è una colpa? Per un razzista sì, perchè di questo parliamo, e lo dico con forza, quando si parla di omofobia. Peccato, però, che poi quando si esce dall’ambito sociale e si scende sul campo di calcio, torna ad essere assordante il silenzio di cui parlavo prima. Ci sono 4 mila giocatori professionisti in Italia e nessuno mai ha dichiarato di essere omosessuale. Fosse solo per statistica è chiaro che non è possibile. Nel mondo si stima che il 5 per cento della popolazione sia omosessuale. Nello sport invece questa percentuale viene riportata a zero dall’omertà, dal silenzio con cui si obbliga, suo malgrado, un calciatore a non dichiararsi gay, per evitare di avere “problemi” in uno spogliatoio o durante una azione di gioco. E quindi ritorniamo al peccato originale: essere gay è una colpa? A me non risulta. Ieri Paddy Power ha presentato una operazione unica nella storia di questo Paese. Ha parlato di questo tema per sensibilizzare il pubblico italiano (soprattutto quello sportivo) e far crescere una cultura sempre su questo specifico tema. Essere omofobi vuol dire discriminare, non ci può essere su questo territorio la zona del grigio, ma solo bianco o nero. O si accettano gli omosessuali come uguali ad un etero (in tutto e per tutto), o si entra inevitabilmente nel territorio della discriminazione, del razzismo più becero. 
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Marcel Vulpis

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