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Gli effetti della Lira turca e le prossime mosse politiche di Erdogan

(di Paolo Rivelli)* Sale agli onori della cronaca internazionale la crisi turca (finanziaria e politica). La bufera delle ultime settimane appare davvero unica per potenza e intensità. Tanto che ha travolto pure il mercato obbligazionario, con i rendimenti sui bond decennali schizzati sopra al 20%, i credit-default-swap (le polizze anti-default) volati a 400 punti base (ai massimi dal 2009) e la Borsa di Istanbul, scesa fino a -8 per cento. Per capire appieno quello che sta succedendo sui mercati, complice la crisi della Lira Turca, che sembra aver travalicato i confini nazionali e regionali, non si può prescindere dalla interdipendenza che lega ormai, a livello politico e finanziario, i principali Stati del mondo.

La Turchia ha beneficiato di un afflusso di fondi stranieri spesso a breve termine, in fuga dalla politica monetaria con tassi pressoché pari a zero negli Stati Uniti e in Europa, che ha incoraggiato gli investitori a cercare rendimenti più elevati in Turchia e in altri mercati emergenti.

La misura di questa interdipendenza è data dalla quantità di investimenti e di scambi economici con quel Paese e di conseguenza dalla sensibilità del mercato di quel Paese ad uno scenario di crisi, come quello a cui assistiamo in queste ore in Turchia.

Non dimentichiamo che oggi questi legami, comuni alla internazionalizzazione di molte imprese e agli scambi, spinti dalla globalizzazione, favoriscono la reciproca influenza tra Stati, in modo tale che spesso anche le loro sorti sono legate, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico.

E’ sempre più rispondente al vero che un “battito d’ali di farfalla ad Ankara”, può provocare un uragano a Francoforte. Ci troviamo di fronte al così detto “effetto farfalla”, che sta a significare la nozione maggiormente tecnica di dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, presente nella elaborazione della teoria del caos di Edward Lorenz. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

Questo è rappresentativo di una nuova realtà, dove è necessario rassicurare i mercati non solo dal punto di vista economico, ma anche politico.  Infatti i governi non debbono rispondere più solo ai propri elettori, ma anche ai governi e agli elettori di altri Paesi.

Allora con questa premessa, abbiamo una chiave di lettura per porci la domanda sul perché la valuta di un paese spesso lodata per il suo dinamismo economico e la sua posizione strategica (una volta era chiamata non a caso, la porta d’Oriente), si trovi ora in tali guai e, Dio non voglia, si tiri dietro qualche Paese Europeo.

La Lira Turca perde più del 40% dall’inizio dell’anno, ma la sua performance su un arco di tempo più lungo è ancora più sorprendente. Ci sono una serie di ragioni per la debolezza della valuta. Nelle ultime settimane, la disputa tra Turchia e Stati Uniti, alleato storico della NATO da oltre 60 anni, ha fatto precipitare gli avvenimenti, a causa di sanzioni ni confronti della Turchia per la detenzione di un pastore evangelico della Carolina del Nord. Ma questo non può essere che un paravento.

Il calo della lira turca ha diverse ragioni, causato non solo da una posizione esterna debole in termini di deficit delle partite correnti e riserve valutarie inadeguate, ma anche dal contesto politico complesso, che esaspera le vulnerabilità della lira, ha affermato Kerry Craig, stratega del mercato globale a JP Morgan Asset Management.

Secondo i dati della Banca centrale, le passività in valuta estera delle banche della Turchia ammonta a 76 miliardi di dollari. Mentre quelle più preoccupanti sono quelle delle società non finanziarie turche. In questo momento superano le loro attività in valuta estera di oltre 200 miliardi di dollari. Questo comporterà che per i Bond emessi e in scadenza solo nei prossimi 12 mesi, queste società dovranno rimborsare o trasferire oltre 66 miliardi di dollari di debito in valuta estera.

Lo spettro è che la Turchia imponga controlli sui capitali per arginare il crollo della lira. Mentre alcuni investitori stanno iniziando a valutare questa possibilità, il governo turco ha ripetutamente affermato che non limiterà il flusso di denaro straniero in entrata e in uscita. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha detto durante il fine settimana che il Paese non alzerà i tassi di interesse né accetterebbe un salvataggio internazionale. Qualcuno molto bene informato come Mark Mobius, , una istituzione e un veterano dei mercati emergenti, afferma in una intervista a Bloomberg, che questa è una possibilità reale, il che sarebbe negativo per l’intero comparto di investimenti e di attività nei Paesi Emergenti, come sapete in passato durante la crisi asiatica, la Malesia lo ha fatto ed è stata una notizia pessima per i mercati.

Una immagine notturna di Ankara (Turchia)

Queste parole del Presidente Erdogan appaiono fuori dalla realtà, e sicuramente per i canoni dei mercati interconnessi, sono deliranti.

A causa della loro esposizione alla Turchia, crescono anche le preoccupazioni per le istituzioni finanziarie europee. Nel complesso, le valute dei mercati emergenti sono in netto calo da tutti questi problemi “.

Le vendite sui mercati rappresentano un vero e proprio voto di sfiducia nel nuovo sistema interconnesso al governo Turco, che all’inizio di quest’anno ha consegnato al presidente Erdogan un’autorità senza rivali, essenzialmente paralizzando la burocrazia ad Ankara.

L’ostinazione del Presidente turco nel spingere la crescita economica ad ogni costo, rifiutandosi di gettare acqua sul fuoco, promettendo di non arrendersi mai agli aumenti dei tassi d’interesse, dicendo che il paese è in una “guerra economica”, sicuramente non aiuta a stabilizzare la situazione. In questo contesto di sfiducia internazionale, le implicazioni e le conseguenze potrebbero diffondersi a tutti i settori economici della Turchia.

Una immagine degli scambi borsistici sul Nasdaq

Per avere un’idea della connessione internazionale tra due economie, di Paesi apparentemente diversi e lontani, guardiamo al caso dell’Italia. L’aumento dello spread tra BTP e Bund Tedeschi è un indicatore di questo rapporto e delle conseguenze che un default della Turchia, potrebbe provocare nella nostra economia. Ci sono banche come Unicredit, che hanno avuto politiche molto poco prudenti negli scorsi anni, cercando a tutti i costi degli extra rendimenti in Paesi a rischio, dopo le acquisizioni di banche dell’est Europa, ora accusano un altro duro colpo, che si ripercuote sulla sua capitalizzazione, e vede le sue quotazioni in forte calo, essendo Unicredit, la banca italiana che più ha investito negli anni in Turchia.

Il consulente finanziario e advisor Paolo Rivelli – fondatore del blog “Rivelli Advisory”

L’interscambio tra i due Paesi ha toccato il livello record nel 2011 di 21,3 miliardi di dollari.

– nel 2017 l’Italia si è attestata quale 5° partner commerciale con 20 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016),

– +42,5% di investimenti nel 2017;

– 16,9 miliardi di dollari è l’esposizione delle banche italiane con la Turchia;

– Unicredit è la più esposta che ha il 40,9 % di Yapi Kredi, quarta banca privata del Paese;

– Pirelli, 170 milioni di euro per l’impianto di Izmit, 2 milioni di pneumatici all’anno per Europa, Medio Oriente e Africa;

– Fca, stabilimento di Bursa-Tofas;

– Leonardo, con Aermacchi componenti dei caccia F-35.

–  Barilla, che ha comprato la pasta Filiz.

– Ferrero, 7 stabilimenti;

–  Salini Impregilo (due autostrade, un impianto idroelettrico, l’alta velocità);

– Astaldi, terzo ponte sul Bosforo;

– Azimut, Cementir, Recordati, Reno de Medici.

  • contributor – Paolo Rivelli

Financial Advisor

Giornalista pubblicista

Rivelli Advisory

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