Editoriale – Riflessioni sull’As.Roma e sul progetto
E poi c’è il problema di dover ammettere che il calciomercato estivo è stato un mezzo fallimento, nel segno della quantità piuttosto che della qualità. Solo grandi scommesse o promesse, zero campioni. Ma il “mago” dell’ambiente, Walter Sabatini, non si discute, anzi tutti hanno festeggiato il suo arrivo insieme a un gruppo di calciatori (ben 11) ai più sconosciuti. Certo gli anni di ristrettezze di Rosella Sensi hanno aiutato, creando sin dal primo giorno un clima più che favorevole ai nuovi padroni dell’A.s. Roma.
Far cadere dalla torre Luis Enrique però non sarà facile, anche perchè con lui potrebbe saltare chi l’ha voluto fortemente (Franco Baldini), ma il finale di stagione sarà sicuramente scoppiettante.
Speriamo che la dirigenza americana, dopo aver rinunciato (non si sa per quale motivo) alla finestra di calciomercato di gennaio, decida di chiudere prima possibile l’aumento di capitale (non se ne parla più a Roma), ma soprattutto si concentri sulla sessione estiva in arrivo. Il tempo dei giovani campioni, tutti da scoprire, è finito. La piazza giallorossa vuole vincere e non ha più voglia di aspettare gli esperimenti del mago-Sabatini e dei soci americani. Adesso è arrivato il tempo di comprare chi puo’ fare la differenza. Servono almeno 70 milioni di euro, e forse sono pure pochi, perchè questa squadra è vecchia o peggio ancora ha giocatori inutili. Forse gli americani debbono concentrarsi più sul calciomercato che sullo stadio. E’ il loro principale obiettivo, l’abbiamo capito, già da quando hanno deciso di acquistare a Boston il club, ma, casualmente, prima di arrivare a un nuovo impianto (perchè bisogna riempirlo di tifosi felici di acquistare il tagliando di ingresso), è necessario portare le “stelle” a Roma. E le stelle costano tanto. Senza campioni non si possono vincere i campionati, nè la Champions league.
Piuttosto di vedere le foto su Twitter di Mark Pannes con rendering di stadi incollati sulle pareti, vorremmo vedere le foto dei campioni internazionali che possono cambiare il volto delle partite e far vendere le magliette.
Rosella Sensi ha sbagliato a non investire sulla immagine (vedi sito, social media, momenti di ospitalità), ma finchè ci sono stati i soldi il progetto sportivo era al centro di tutto, qui sembra che Facebook e Twitter o Pinterest siano più importanti di saper mettere una squadra in campo. Ma siamo realmente sicuri che gli americani abbiano capito di aver acquistato un club di calcio, o credono che sia magari una media company?.
Finito l’effetto novità, il prossimo anno, ogni domenica, se non si vincerà sarà una settimana di “passione”. Questa è la città di Roma, non c’è una via di mezzo. Quindi fermate Pannes sul progetto dello stadio e magari dirottatelo a trovare fondi per comprare Gomez, Suarez, Torres o campioni di questo livello. Perchè di sicuro lieviteranno anche i ricavi da merchandising e la gente verrà con maggiore piacere allo stadio. Un’ultima richiesta, se non è troppo: appena c’è un attimo di tempo organizzate una bella conferenza stampa, dove magari deciderete di spiegare, se non è troppo disturbo, il vostro “progetto industriale”, perchè come quello sportivo non l’abbiamo proprio capito. E soprattutto rifondate il club portando a casa un grande allenatore, perchè Luis Enrique è il simbolo assoluto di questo fallimento, per il momento sportivo.
Marcel Vulpis
direttore agenzia Sporteconomy
ed economista Ass. Economisti d’Impres
Il re è nudo. Giunto al traguardo della 16ima sconfitta stagionale, passando per l’eliminazione nei preliminari di Europa League, per la Tim Cup, per i derby e per le partite più importanti (ma anche per quelle sulla carta più abbordabili). Ormai Luis Enrique è un uomo solo, difeso, per il momento, solo da una dirigenza incapace di prendere l’unica decisione possibile: esonerarlo. Un problema anche questo, soprattutto in un calcio italiano caratterizzato dalla figura (a torto o a ragione) del presidente-patron. Nel caso dell’A.s. Roma infatti è difficile relazionarsi con il numero uno Thomas Di Benedetto. Lavora e risiede, infatti, più a Boston che nella Capitale, dove dovrebbe operare quotidianamente.
I “cantori” della nuova Roma spiegano che anche questo è un’assoluta novità, anzi è una vera e propria innovazione. Non c’è bisogno di un presidente, ma di un manager che può, grazie alla tecnologia, operare ovunque. Sarà vero (forse), ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti, ovvero pari a zero.

