Editoriale – Diritti tv calcio: ma a chi giova veramente tutto questo caos?
In quest’utimo anno il sistema calcio tricolore si è dato delle regole e ha fatto delle scelte strategiche per iniziare un percorso che ha un duplice obiettivo: non perdere opportunità sui mercati (a partire da quello internazionale) e razionalizzare un prodotto (quello del calcio italiano), che ha delle fortissime chance di sviluppo, ma che, fino ad ora, per logiche perverse (ancora tutte da scoprire) ha raccolto molto meno di quanto effettivamente valga.
Ecco che allora la Lega calcio si è velocemente ristrutturata; ha scelto come timoniere un manager di provata esperienza aziendale (Maurizio Beretta), ha indetto una gara per scegliere l’advisor (Infront Italy), che doveva rilanciare l’offerta commerciale (e non solo) del calcio italiano in ambito domestico (tra le diverse piattaforme esistenti) e a livello internazionale. Una scelta che è arrivata, è bene ricordarlo, dopo una lunghissima selezione. Ha visto in gara soggetti consolidati appunto come Infront, Rcs sport, Img (alcuni di questi, tra l’altro, con una decennale esperienza nella gestione dei tv rights), ma anche di "piccoli" o persino "nuovi". Tutti hanno potuto giocarsela fino alla fine senza che nessuno gridasse allo scandalo per la scelta effettuata dalla Lega calcio.
Questo stesso concetto di apertura al mercato da parte della Lega calcio è stato confermato anche sul terreno di gara della vendita dei diritti tv. Le regole erano chiare e trasparenti per tutti i soggetti e la Lega si è affidata ai migliori professionisti del settore nel mercato del trattamento dei tv-rights. In questo caso, però, i soggetti imprenditoriali che possono permettersi di offrire un elevato standing tecnologico, che hanno, tra l’altro, una provata e pluriennale esperienza in ambito televisivo, non sono tanti quanti quelli che possono promettere di garantire consulenza nella gestione commerciale di una offerta aperta al mercato.
In qualsiasi gara, ad esempio pubblicitaria, non tutte le agenzie di advertising possono concorrere e nessuno, e ripeto nessuno, di questi soggetti "esclusi" grida allo scandalo, perchè per partecipare a una gara di alto profilo, bisogna avere dei requisiti di alto profilo (a partire dal giro d’affari consolidato negli anni o a partire dal portfolio clienti gestito fino a quel momento).
Così va il mondo e nessuno, fino a oggi, nel settore delle gare di comunicazione pubblicitaria ha mai fatto intervenire l’Antitrust o fatto aprire aule di tribunali per "imporre" un principio che è solo nella testa di chi lo porta avanti come idea, ma che concretamente non ha alcuna ragione di esistere.
Un elemento per tutti. Sui giornali, in questi ultimi giorni, si è parlato del fatturato di Conto Tv (molte testate hanno parlato di 6 milioni di euro). Mi chiedo: come fa una società che ha un giro di affari (ma anche se fosse di 50 mln di euro non cambierebbe di molto) di questo livello a poter solo pensare di concorrere con altri soggetti che hanno un know-how consolidato, investimenti tecnologici continui, giri di affari miliardari, ecc. ecc.? Dove sarebbero i soldi per effettuare l’acquisto di uno o più pacchetti?
Un imprenditore residente in un altro Paese (chiaramente non italiano) capirebbe da solo che la gara dove vuole partecipare non è una gara in linea con i propri parametri aziendali. Magari tra qualche anno avrà la possibilità di farlo (come è giusto che sia in un mercato che si dichiara "libero"), ma oggi no. Questa è la realtà.
C’è una dichiarazione di Crispino a RadioRai (durante il programma condotto da Simona Ventura), che ci ha colpito come Sporteconomy.it: "Conto Tv è in grado di fare i numeri se ha i contenuti. Da soli ovviamente non ce la faremo mai. Abbiamo dei finanziatori, ma non li possiamo dire perchè le mie controparti potrebbero andare dai miei finanziatori per dare soldi e dire di non finanziarci più. Non lo dico neanche sotto tortura!". Spero per Crispino che stesse scherzando quando ha proferito queste parole. Al di là del fatto che sono chiaramente lesive, credo che l’imprenditore calabrese abbia una visione del mondo del calcio più da Chicago anni ’30, che da un moderno sistema di gestione e intermediazione dei diritti. Ma crede veramente che una Sky o una Lega calcio farebbero mai una operazione di "corruzione" nei confronti dei suoi potenziali investitori, pur di non farla partecipare a una gara libera e trasparente come quella dei diritti tv della serie A? Rimaniamo basiti, perchè, forse, Crispino è entrato nel loop di un personaggio (quello del "Robin Hood" dei diritti tv del calcio), e non ha capito, però, che non c’è n’è la foresta di Sherwood, nè il terribile sceriffo ad aspettarlo dietro la porta della sua azienda. Forse non si è accorto che sta litigando da solo al parcheggio del Conad contro dei "fantasmi".
Finchè Crispino non annuncerà pubblicamente quali e quanti sono questi magnati pronti a investire nella sua piattaforma, per noi questa storia è solo un bellissimo "libro dei sogni" (un qualcosa che può avvenire, ma non capiamo ancora come e quando), che trova coerenza nella realtà, solo perchè il nostro BelPaese consente a tutti di chiamare in giudizio un qualsiasi altro soggetto, e di trascinarlo, a torto o a ragione, fino al terzo grado di giudizio.
Questo, ,noi di Sporteconomy non lo troviamo uno stile corretto, anche perchè in gioco c’è un sistema che dà lavoro non solo ai dipendenti di Sky o della Lega calcio, ma soprattutto a un indotto sterminato di persone, che, ogni domenica, scende in campo per far appassionare milioni di persone, che hanno nel calcio l’unica ragione di vita in un periodo di crisi, che non lascia più illusioni, se non proprio il tifo per la propria squadra.
Trovo questo sistema (quello sognato da Crispino) lontano da quello che tutti ci auspichiamo per il presente/futuro del pianeta calcio. Al cui interno ci dovrebbero essere solo imprenditori che si confrontano in un libero mercato capendo anche dove, ma soprattutto quali sono i propri limiti. Altrimenti si torna al Medioevo, allo scontro per lo scontro, alla battaglia per un principio, che è solo di chi lo propone. L’unica differenza è che nel Medioevo si utilizzava la spada, oggi invece il ricorso al giudice. E’ proprio questo approccio al mercato che sta facendo sì che la Premier league ci sia avanti come giro d’affari. Queste "baruffe chiozzotte" in Inghilterra non esistono. Chi si siede alla gara della Lega calcio britannica riconosce il valore e le regole scelte da questo soggetto. Non le impugna un minuto dopo che è terminata la gara, solo perchè non è riuscito ad ottenere quello che si aspettava. Ma infatti siamo in Italia, non in Inghilterra.
Caro Marco Crispino, si focalizzi invece sul proprio business, cresca ulteriormente e poi potrà avere il "diritto" di partecipare a tutte le gare sui diritti possibili e immaginabili, come è giusto che sia. Tutto il resto che stiamo vedendo adesso non ci piace. E’ lontano proprio dagli schemi di un mercato libero, perchè Lei con questa posizione "oltranzista" sta distruggendo il mercato del football e nemmeno se ne sta accorgendo (o forse sì). L’egoismo non paga mai e ringrazi di avere il passaporto italiano, perchè solo in Italia può avere l’opportunità di creare un caos simile. A conferma del fatto che questo (forse) è il Paese più libero del mondo, ma anche il più ingestibile.
Speriamo che il giudice Marangoni legga questo editoriale, perchè potrebbe aiutarlo a fare una serie di riflessioni ulteriori sul tema dello scontro ContoTv-Lega calcio.
Il sistema calcio tricolore attende, nelle prossime ore, la sentenza del giudice Marangoni, che potrà confermare le posizioni di Marco Crispino (ContoTv) o della Lega calcio (nella foto il numero uno Maurizio Beretta). Una sentenza che, in un senso o nell’altro, modificherà lo scenario dei diritti tv della serie A per i prossimi anni. Sporteconomy, molti mesi fa, aveva anticipato i rischi collegati alle iniziative legali promosse dall’imprenditore calabro-toscano, che ha il "pallino" di sfidare Sky sulla piattaforma satellitare. Ergendosi a novello Robin Hood contro un sistema, che, dice lui, lo sta defraudando già da diverso tempo. In gioco, invece, c’è la stabilità di un sistema, che è legato a filo doppio a quello dei diritti tv, una "torta" da 1.149 milioni di euro, ma anche un mondo che dà lavoro a migliaia di persone.

