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Con Livio Berruti se ne va “l’angelo che volava nelle gare”.

(con il contributo di Carmelo Pennisi)* – Il dolore si presentò a pochi metri dal traguardo, quando tutto pare spezzarsi e frantumarsi in ogni parte del tuo corpo, e l’ossigeno è un lontano ricordo pur se di qualche secondo prima, ma tu sei un elastico elevato a proiettile e quella fine che si avvicinava come un lampo volevi arrivare a vederla da vincitore: ma come potevi sperarlo se in sessant’anni di Olimpiadi questi venti secondi e poco più erano stati terra proibita per gli Europei?

Nel 1960 gli italiani ormai erano abituati a credere a qualsiasi prodigio; le Olimpiadi di Roma vengono vissute da esposizione planetaria di un muscolo del nostro miracolo economico in corso, che ha trasformato il Paese da agricolo a potenza economica e produttiva. Ma di certo nessuno si aspettava di poter battere gli americani nei 200 metri piani in una finale olimpica. Nelle dodici edizioni  precedenti dei Giochi c’erano riusciti solo un oscuro canadese di origini irlandesi, Robert Kerr, e ancora un altro canadese, Percy Williams, che terminerà la sua vita con un suicidio avvinghiato alla depressione.

Però nella semifinale del pomeriggio del 3 settembre lui, Livio Berruti, nome da aristocratico lignaggio dell’Antica Roma e cognome tipicamente torinese, aveva tagliato il traguardo stabilendo il record olimpico ed eguagliando quello mondiale. La gente a quel punto si faceva qualche domanda, e intimamente ci sperava. Negli atleti americani cresceva l’inquietudine, anche se una finale olimpica è fatta proprio per sbaragliare ogni tipo di record. Insomma: tutto era ancora da giocarsi sulla pista, perché la gloria di olimpia non ha mai pronostici certi.

Quel giorno allo Stadio Olimpico di Roma c’era anche Gianni Brera, che dell’atletica leggera è stato cultore, la considerava una vera e propria “scienza e poesia dell’orgoglio fisico”, nonché madre di tutti gli sport. Allo sparo dello starter Ruggero Menegatti, un milanese doc che era stato medaglia di bronzo nella staffetta italiana 4×100 a “Los Angeles 1932”, Berruti scattò subito davanti e davanti uscì dalla curva rialzandosi, elegante, dalla inclinazione di 30° verso l’interno. In quel momento a Brera, che dirigeva le pagine sportive de “Il Giorno”, per l’eccitazione deve esserglisi  spenta la pipa, inseparabile compagna, tanto che in seguito, ricordando quel giorno, ancora conservava la meraviglia nei suoi occhi: “furono venti secondi così tormentosi da stupirmi ancora adesso di averli superati. Tutto il fior fiore dello sprint battuto in breccia da un ragazzino italiano di 21 anni, un abatino settecentesco con l’erre arrotata, un farmacista… ah, per Dio”.

In realtà il velocista torinese non fece mai il farmacista, ma a Brera piaceva prendere un aneddoto biografico, in questo caso gli studi di chimica del giovanissimo campione, e ricamarci sopra inventando. Era fatto così, e poi all’epoca era praticamente impossibile fare del “fact checking”: si viveva sulla fiducia illimitata sui grandi inviati della stampa. E Gianni Brera ne è stato indiscutibilmente uno dei più grandi. Berruti non si scompose mai durante tutto il tragitto della finale, ma dopo aver tagliato il traguardo rischiò di capitombolare in avanti. Un brivido di gioia attraversò tutta l’Italia per quella insperata affermazione, che era stata figlia non della forza bruta bensì di una leggerezza stoica di stampo piemontese. Almeno così la raccontò la stampa di allora.

Eppure lo stesso olimpionico torinese non si era mai visto così, e approfittava di sottolinearlo ogni qual volta era costretto a paragonarsi a Pietro Mennea, altro mostro sacro della nostra velocità: “io con il sorriso e la gioia di fare atletica, lui sempre tormentato e sofferente. Mennea è stato il più grande masochista della storia della velocità”. E’ stato un dualismo asincrono, quello tra Berruti e Mennea, impossibile per ragioni anagrafiche di un confronto sulla pista. Va da sé che ognuno pensasse di essere migliore dell’altro, ma in questa rivalità non ci fu mai vero astio ma solo agonismo insofferente, come detto, asincrono.

Si definiva un idealista dello sport, praticato non per lavoro ma per divertimento, qualcosa di davvero agli antipodi rispetto a ciò che in seguito diventerà l’atletica leggera, grazie anche alla presidenza della Federazione Internazionale(IAAF) di Primo Nebiolo, che imprimerà un salto commerciale dell’atletica mondiale senza precedenti nella storia dello sport. Nebiolo era un altro torinese, e anche lui, come Berruti, aveva frequentato il “Liceo Ginnasio Cavour” del capoluogo piemontese. Dopo la gloria olimpica i risultati non furono più all’altezza, ma lui non se ne curò mai più di tanto, “era uno al quale – scrisse Gianni Mura –sembra che abbia nevicato dentro, per come e quanto è pulito, placido, sereno al punto di apparire talora algido”. Non guardava ostentatamente al passato, forse l’unica malinconia riservata a quei giorni romani era per il rapporto nato con la velocista americana Wilma Rudolph, la “Gazzella Nera” del Tennessee.

Non si sa se fu vero amore, cotta passeggera o amicizia profonda, sta di fatto che un giorno Cassius Clay pare gli avesse detto con il sorriso sulle labbra: “non provarci con Wilma, fratello”. Capì subito che era meglio fare un passo indietro. Con Livio Berruti se ne va uno degli ultimi pezzi dello sport del disincanto e del talento, uno che era nato per parlare più di Hegel o Aristotele che di medaglia d’oro. Devi aver sofferto tanto e gioito altrettanto per non smettere di correre all’uscita della curva della gara dei 200 metri, devi riuscire a fare ascoltare ad un mondo sordo non la tua fatica bensì la tua voglia di riuscire. “A volte sei allo stesso tempo il corridore e il traguardo”, scrive David Grossman, una di queste volte è stato Livio Berruto. Delle persone non manca solo la loro fisicità, mancano anche i loro momenti: questo lo scopriamo proprio quando vanno via.

  • sceneggiatore in ambito cinematografico, scrittore e giornalista sportivo

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Redazione

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