Laura Coccia (PD) interviene sul tema delle atlete professioniste nello sport tricolore
In Italia non esistono atlete professioniste e la colpa è delle Federazioni. La legge esiste ma non può essere applicata. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche, ovvero calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo, ciclismo e nessuna prevede un settore professionistico per le atlete. Si tratta della Legge 91/81 “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti” che non è praticamente accessibile alle donne perché molte delle loro attività non sono citate come professionistiche. Molte atlete sono considerate sportive dilettanti (anche se campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alla già citata legge n. 91 del 1981 e alla tutela statuita “in generale” per il mondo dei professionisti. Di fatto la retribuzione prevista è molto inferiore a quella dei colleghi maschi sia negli sport che al maschile possono essere considerati sport di massa sia in quelli minori; infatti in Italia il compenso delle calciatrici, anche quelle al top, non è molto distante da quello di un impiegato, negli altri paesi Europei, invece, in sostanza, si può equiparare a quello di un calciatore di medio valore.
Molti dei circoli sportivi più esclusivi di Roma hanno ancora nei regolamenti il divieto al tesseramento per le donne. In Sardegna la Lega pro ha vietato l’uso di arbitri federali per una partita mista a sostegno degli alluvionati. Questi solo alcuni esempi che dimostrano in modo plastico l’arretratezza del nostro Paese su tema fondamentale.
A Vilnius in Lituania si è tenuta lo scorso dicembre una conferenza sulla parità tra uomo e donna nella quale è stato stabilito un obiettivo ambizioso e cioè che entro il 2020 il 40 per cento di posti dirigenziali nello sport sarà assegnato alle donne (la parità in matematica è 50/100).
Sono dunque sotto gli occhi di tutti gli ostacoli che le donne devono affrontare oggi nello sport, sia sotto l’aspetto agonistico, sia sotto quello dirigenziale. Non abbiamo bisogno di altre dichiarazioni d’intenti, a questo punto servono fatti e prove concrete. Deve finire il tempo delle intenzioni. Per questo il Governo, a seguito della mozione che verrà votata in Parlamento, deve garantire il massimo impegno affinché a tutte le donne sia garantita la possibilità di praticare sport alle stesse condizioni degli uomini, in totale sicurezza e occupando ruoli di potere. Per questo gli chiediamo di impegnarsi per attivarsi in tutte le sedi istituzionali europee affinché la nuova Carta europea delle donne nello sport presentata il 25 maggio 2011 sia al più presto approvata e a recepire nell’ordinamento italiano la Carta dei diritti delle donne nello sport approvata nell’ambito del progetto “Olympia” e presentata al Parlamento europeo il 25 maggio 2011 predisponendo tutte quelle iniziative necessarie affinché vi sia una effettiva promozione delle pari opportunità nella pratica sportiva, nella fruizione paritaria degli impianti sportivi, nella ricerca di strumenti utili a promuovere la partecipazione femminile alle varie discipline sportive e ai processi decisionali attraverso l’inclusione delle donne nelle posizioni di dirigenza degli organismi federali delle varie discipline sportive.
Riprendiamo un interessante intervento sull’Huffington Post dell’on. Laura Coccia (PD) sul tema della disparità di trattamento nei confronti delle atlete professioniste.

