La pensionabilita’ dello sport. Quando giustizia, solidarieta’, disabilita’ e pensioni sono legate da un unico filo logico.

Nel conteggio di questi anni entrano solo i giorni di effettivo lavoro e non quelli coperti da contributi figurativi. Fanno eccezione solo infortuni, maternità, malattia e servizio di leva. Di conseguenza, non vengono conteggiati i giorni in cui un lavoratore è stato assente grazie alla legge 104/1992 che concede giorni di permesso retribuiti per l’assistenza di un disabile a carico. A volte questi giorni sono usati dai genitori per accompagnare i propri figli a praticare un qualche tipo di sport. La difficoltà di trovare ambienti sportivi in cui i disabili siano accolti e trattati da veri atleti, è esperienza comune a chiunque abbia avuto la ventura di imbarcarsi in questo tipo di ricerca. Se a questa impresa, aggiungiamo una restrizione burocratica di tale entità, il traguardo di esercitare il diritto allo sport per persone disabili diventa ancora più difficile da raggiungere.

La vita di un genitore di una persona disabile è segnata quotidianamente da sfide e difficoltà a volte estreme; riuscire ad eliminare ostacoli piuttosto che alzare l’asticella di quelli già esistenti rimane una sfida di civiltà che la nostra società deve necessariamente vincere. Ripensare questa norma diventa doveroso.
Un interessante articolo sui temi delle pensioni, dello sport disabile e della solidarietà/giustizia in generale, a firma di Luca Biasillo (collaboratore del blog/portale L’Asino zoppo).
In Italia, per andare in pensione bisogna avere 66 anni e tre mesi per gli uomini e 62 anni e tre mesi per le donne. Rispetto ai contributi versati, invece, sono 42 anni e due mesi per gli uomini e  41 e due mesi per le donne: questo stabilisce la riforma Fornero (ex ministro del governo Monti). 
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Marcel Vulpis

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