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Le sette vite di Muhammad Ali, il rivoluzionario

(di Massimiliano Morelli)* – Dicono che sia sport violento il pugilato, forse perché fa comodo puntare il dito contro qualcosa o qualcuno se non ci sono interessi personali in ballo. Eppure sul ring, dopo che se le danno di santa ragione, i pugili si abbracciano sempre, non recriminano sul verdetto e vallo a spiegare ai calciatori, pronti a polemizzare pure per un fallo laterale. E qui neanche stiamo a parlare di un gol in fuorigioco, altrimenti si scatenerebbe una gazzarra senza fine. Dicono pure che non ci sia poesia nel pugilato, ma qui non c’è forse, c’è solo certezza d’errore: chi lo dice è in malafede oppure non ha visto combattere Muhammad Ali, e qui non s’intende l’averlo osservato nelle immagini di repertorio proposte e riproposte, s’intende l’averlo guardato combattere in presa diretta.

Unico, inimitabile, trascinatore. Muhammad Ali forse ha vissuto sette vite come i gatti prima di morire, settantaquattrenne (straziato dal morbo di Parkinson), in un letto d’ospedale. Ha vissuto quella del ragazzo di colore che sopravvive alle ingiustizie dei bianchi, ragazzino nato nel ’42, nel pieno della seconda guerra mondiale, cresciuto negli anni Cinquanta, anni difficili per i neri; quella del diciottenne che, dopo sei anni di palestra, conquista l’oro olimpico, Roma 1960; quella del pugile professionista che conquista tre volte il titolo mondiale dei pesi massimi, impresa mai riuscita ad altri boxeur; quella della conversione all’Islam, che gli permise di mutare il nome, visto che fino ad allora era conosciuto come Cassius Marcellus Clay junior; quella della notte di Kinshasa, anno 1974, match leggendario contro George Foreman, l’incontro del secolo, uno dei tanti incontri del secolo disputati, perché quando il ragazzo di Louisville saliva sul ring, era sempre un evento; quella del morbo di Parkinson, che lo azzannò tre anni dopo il ritiro dalle scene, ma che non gli impedì d’essere tedoforo ad Atlanta, Giochi del 1996; quella del silenzio, ovvero gli ultimi anni di una vita vissuta da rivoluzionario, come quando gettò la medaglia in un fiume in risposta a un ristoratore che non l’aveva voluto servire perché “nero”.

Paladino vero dei diritti civili, pagò a caro prezzo l’aver disertato la guerra in Vietnam, per tacere del fatto che è stato tante volte mediatore tra Usa e Islam. Signori, si chiude. Sipario. Se ne va in silenzio l’Atleta del Secolo. E ogni ulteriore parola non aggiungerebbe nulla alla grandezza di questo campione unico nel suo genere.

  • giornalista sportivo e scrittore

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Massimiliano Morelli

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