La centralità umana nella prima Enciclica di Leone XIV dedicata all’AI.
(di Carmelo Pennisi)* – L’Intelligenza Artificiale(AI) è un aspetto puramente tecnico, che interfacciandosi con l’umanità potrebbe incorrere nella sua disumanizzazione. Il senso della prima Enciclica di Leone XIV (nella foto in primo piano), “Magnifica Humanitas”, potrebbe essere sintetizzato così. Ed è una sintesi in cui l’uomo venuto da Chicago giunge dopo aver chiarito bene cosa è la parola di Dio, cosa è la storia, quale è il destino dell’uomo sin dal suo concepimento, quale è stato il percorso dei Pontefici che lo hanno preceduto sin da quando le civiltà non sono divenute complesse e il lavoro non ha assunto un peso sociale e globale sconosciuto fino alla metà dell’800. Lo aveva detto Robert Prevost al momento della sua elezione, AI e i conseguenti rapporti di lavoro interconnessi a livello planetario sarebbero stati oggetto delle sue prime azioni pastorali.
D’altronde sono gli stessi cervelloni che hanno fatto fiorire questo altro uomo somigliante all’uomo, asettico nei sentimenti e geometrico nonché algebrico nella sua azione, a mettere in guardia l’umanità da ciò che hanno creato e stanno continuando a creare. Non c’è intervista dove tra le domande non facciano trapelare attimi di autentica paura, ma si commetterebbe un errore di valutazione se ritenessimo questo lavoro di Leone XIV una riflessione su AI.
Quest’ultima viene usata come approccio su cui far ruotare una critica all’uso smodato del potere e della forza senza che ci sia un processo di “accountability” a vegliare su di essa. Sganciarsi da un processo di responsabilità verso qualcuno o qualcosa, vuol dire lasciar spazio ad un arbitrio pericoloso che può servirsi dell’asetticità della tecnologia per rimuovere completamente l’atto di coscienza nelle azioni umane. Lo si sta vedendo negli attuali conflitti in corso, e lo ammettono candidamente i creatori di AI al servizio dello sforzo bellico: c’è margine di errore nel suo utilizzo. Cosa è l’imperfezione senza la coscienza?
E’ statistica, dove tutto viene fatto “tradurre, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”, poi rubricate come agenti della perfezione. A rifletterci bene AI sembra un marchingegno tecnologico che si autoassolve mentre agisce, perché tanto di meglio non si può fare. E se di meglio non si può fare, a cosa serve la coscienza? A cosa serve Dio, a questo punto illusoriamente superato dalla scienza e dall’ingegno umano? E’ il trionfo dell’anomia, considerato come nessuna perfezione abbia bisogno di regole, essendo questo corredo dell’imperfezione e non della perfezione. Leone XIV torna così a parlare della “Torre di Babele”, che “rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa,sorge nell’assolutizzazione dell’umano e della sua pretesa di autosufficienza”.

Fare a meno del cielo, che è l’accountability della coscienza, è l’ennesima pretesa umana di fare da sé, di stabilire cosa sia giusto o sbagliato facendosi scivolare da sé il mistero, che è quel luogo dove l’uomo, pur nel suo essere stato pensato magnifico da Dio, può capire di essere imperfetto e non onnipotente. Ma c’è un pericolo davvero incombente, ovvero considerare la fragilità un effetto collaterale da eliminare della smodata ricerca della perfezione di tipo spartano, che si colloca diametralmente all’opposto dal concetto di santità cattolica: “edificare nel bene -scrive l’attuale Pontefice- significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”, o da eliminare aggiungiamo noi. “La forza si manifesta pienamente nella debolezza”(2Cor 12,9), Leone XIV si affida alle parole paoline per ricordare che è nella “Croce” che si trova senso, nel fare ogni giorni le nostre cose senza avere certezza del risultato, che comunque, qualsiasi esso sia, non determinerà mai una vita.
Questa, a leggere bene “Il Vangelo”, è la rivoluzione portata dal Cristo, un superamento di quella grecità dominante che tendeva alla perfezione e in essa pretendeva di spiegare tutto: “ciò che è così buono che niente di simile potrebbe essere migliore”. Ed è questo auspicio aristotelico che insegue AI e che inquieta non poco l’attuale Pontefice, un auspicio mirante a stabilire un canone e un solo canone, abile a far germogliare un’unica versione dell’esistenza, “sostenuta da una uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione”.
Papa Leone XIV non vuole essere equivocato e chiarisce sin da subito che la tecnologia non è una “forza antagonista alla persona”, d’altronde è il Creatore che ha dato all’uomo la possibilità di trasformare e trasformarsi, dove il libero arbitrio però non può mai essere elusione dalle responsabilità. E qui c’è il vero problema individuato dal Papa sull’onnipresenza e onniscienza pretesa dalla tecnologia: l’algoritmo non può essere l’assoluzione da ogni errore e non può sostituire la discrezionalità della coscienza rispetto alla legge da lui imposta. In “Magnifica Humanitas” viene delineato un quadro completo dell’umanità contemporanea a rischio di semina di un futuro opaco, e avverte il mondo che non possono essere le “Big Tech” e i pochi grandi agenti economici a stabilire ogni cosa: “pochi gruppi influenti possono orientare informazioni e consumi o condizionare i processi democratici”.
L’urgenza della contingenza imposta dai “perfetti” stabiliti dall’algoritmo di AI, rischia di ridurre al silenzio e all’ingiustizia al silenzio i più fragili, contravvenendo a quel Dio vivente che “scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù”, un Dio che stabilisce nella debolezza il luogo della salvezza. AI mette a rischio ogni possibilità di redenzione e di resurrezione, e questa è una questione che dovrebbe essere cara anche a chi non crede, anche a chi si professa ateo. Qui l’Enciclica, seppur rivolta ovviamente ai credenti, diventa universale, infatti nessun abitante di questo pianeta potrà avere niente da ridire su questo ammonimento di Leone XIV: “abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani”.
- giornalista, scrittore e sceneggiatore cinematografico

