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Quell’ideale testimone da Panatta a Sinner. Cinquanta anni dopo è una altra Italia e un altro tennis.

(di Carmelo Pennisi)* – E’ stata una premiazione da Italia, con un atmosfera da “sole, brava gente ed eterni sorrisi complici” che William Wyler aveva messo in scena nel celebre film “Vacanze Romane” del 1953. Il tempo e’ un dettaglio nella “Citta’ Eterna”, l’unico luogo del mondo ad essere “evergreen” e a non doversi rifare il trucco per apparire bella.

Quando il pubblico tributa al norvegese Casper Ruud un applauso che mai in un campo da tennis si era visto cosi’ lungo e sentito verso lo sconfitto, si capisce che non sara’ una premiazione come tante altre capita di vedere nel circuito Atp.

Casper prima si commuove poi, ricordandosi di essere in un Paese dove il calcio e’ quasi tutto, si concede una battuta, fatta con molta classe, dove ricorda che nonostante la Norvegia abbia battuto l’Italia nel calcio, il pubblico l’ha sostenuto. E’ Roma, e’ lo sport dai gesti bianchi, tutto nel tennis rimbomba stile e memoria.

Il “Centrale” del “Foro Italico” (nella foto una immagine della precedente edizione) per cinquant’anni è stato la trasposizione in “terra rossa” de le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, tutto era rimpianto da quando Adriano Panatta aveva conquistato l’ultimo punto del tie break del quarto set contro l’argentino Guillermo Vilas, nella mitica finale del 1976. Da quel momento il “Centrale” è stato sospiri di rammarico e speranze deluse, mentre il mito di Panatta diventava quasi una sorta di iettatura a chi provava a succedergli. Il tennista romano ad un certo punto ne è stato conscio, e ha cominciato a desiderare l’avvenimento della giornata di oggi.

Mai due campioni sono stati cosi’ lontani per temperamento; uno era il Carlitos Alcaraz degli anni 70, con il godersela come prima istanza, e chi se ne importa se si vince un torneo in piu’ o in meno. L’altro ha il portamento marziale e sempre all’erta di chi è nato e cresciuto sul crinale di una frontiera. Godersi la vita, per Sinner, non e’ catapultarsi in una notte brava di Ibiza, ma avere cura di tenere ben oliato il suo talento, perche’ il tuo “nemico” ti aspetta sempre sul confine che delimita la gloria.

Nel corso della partita lo sguardo di Panatta è quasi torvo, capisce che Ruud non potrà impedire ciò che sta avvenendo: alla fine lasciare il trono non è mai piacevole, anche se stavi desiderando da molto tempo di abdicare. L’altotesino liquida l’avversario norvegese come fosse una pratica ministeriale, poi si presenta sul palco della premiazione rivolgendosi a colui al quale è successo, commette la gaffe: “ero troppo piccolo quando tu giocavi”. In realtà non era nemmeno nato ma fa niente, e forse a quel punto Adriano Panatta, che ha fama di suscettibile, lo vorrebbe anche prendere a sberle. Ma oggi l’Italia è in festa e allora si apre in un sorriso e se lo abbraccia.

Panatta non soffre d’invidia, nè di nostalgia della gioventù, ma intervistato qualche giorno fa nel podcast “Il Fienile” di Luca Zaia, si e’ lasciato sfuggire che lui aveva vinto Roma e Parigi con in tabellone diversi vincitori di tornei del “Grande Slam”. “Per Jannik-ha sottolineato con un po’ di civetteria-oggi e’ un po’ diverso. Sotto lui e Alcaraz non c’e’ praticamente niente”.

La sensazione e’ che da oggi comincerà una nuova narrazione della memoria del tennis italiano, Sinner ha chiuso un cerchio aperto da troppo tempo e saldato cosi’ ogni conto. Se l’attuale numero uno del mondo e’ il figlio che tutti vorrebbero avere, Panatta è l’amicone alla Oscar Wilde con cui tutti vorrebbero passare una serata dedicata alla follia. Il testimone quindi è stato passato, ma il sospetto è che non sia finita qui.

“La gioia per un successo dura due secondi”, ha sempre detto Adriano Panatta con il finto cinismo dei malinconici, invece Jannik Sinner ha la postura esistenziale volta alla perfezione segnata dalle parole di Marguerite Yourcenar: “ogni felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina”. Sono diverse saggezze ad essersi ora avvicendate, e sono nostre, sono italiane: non possiamo che esserne lieti

  • giornalista sportivo, scrittore e sceneggiatore cinematografico
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Redazione

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