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QUANDO BASTÒ UN PONTE PER FAR CROLLARE LE BARRIERE: LA STORIA DEL PERUGIA 1979-80

Diciamoci la verità. Se
il presidente del “Perugia dei Miracoli”, Franco D’Attoma, non
avesse avuto una simile intuizione, forse, il mondo del calcio
sarebbe diverso. I tentativi di sponsorizzazione nel passato erano
stati esperimenti pionieristici, quasi estemporanei (eccezion fatta
per il sodalizio fra il Vicenza e la Lanerossi). Ma qualcosa covava
sotto la cenere. Precisamente nella provincia umbra. È il 1978 e le
prime pagine d’una favola indimenticabile stanno per essere scritte
da personaggi che, più che nelle mani, hanno il talento nei piedi e
l’istinto da pescecani.

Tutto nasce qualche anno
prima. È il 1974 e la squadra biancorossa attraversa un periodo di
grande difficoltà: lo spettro della retrocessione in Serie C è lì
vicino, mentre l’altra formazione umbra, la Ternana, vive il suo
periodo di maggior splendore. Il “Grifone” è ad un passo dal
crack.

Ma, all’improvviso,
giunge il colpo di fulmine che cambia la storia: è Franco D’Attoma
a rimanerne folgorato. Il manager pugliese non è propriamente uno
sconosciuto: in zona per amore e per lavoro, l’imprenditore di
Conversano ricopre incarichi dirigenziali nell’azienda di famiglia,
la Ellesse, la quale vive uno dei periodi più floridi della sua
storia. Insieme all’amico ed industriale metallurgico Spartaco
Ghini, il “presidentissimo” rileva il club e mette su una società
nuova di zecca: con l’aiuto di uno staff tecnico di prima scelta
(Ilario Castagner in panchina) e giocatori con piedi e cervello di
velluto (Renato Curi ed il capitano Franco Vannini su tutti), giunge
la prima, storica promozione in Serie A. È il 1975.

In pochi anni la squadra
diventa una realtà del massimo campionato italiano. Il suo nome è
sempre in prima pagina, talvolta anche per avvenimenti tragici, come
la morte sul campo dello stesso Curi nel mese di ottobre del 1977
contro la Juventus. Tuttavia, è durante la stagione 1978-79 che il
“Grifo” compie il vero e proprio miracolo, terminando imbattuto
il torneo di Serie A: non è mai accaduto nella storia del massimo
campionato italiano. Il Perugia è nell’Olimpo, grande fra le
grandi.

I colpi di scena,
comunque, non sono finiti. Siamo solo agli inizi. La piccola
provinciale, grazie alle intuizioni di D’Attoma, ha la possibilità
di disputare le sue partite casalinghe in uno stadio nuovo di zecca,
a Pian di Massiano, davanti a ben venticinquemila spettatori. Tutti
gli occhi sono rivolti su Perugia. E gli sguardi aumentano quando il
patron ha una nuova idea delle sue. È l’estate del 1979. Dopo il
secondo posto alle spalle del Milan “della stella” nell’ultima
stagione, gli umbri avranno l’opportunità di mettersi in mostra su
scala europea: è l’esordio in Coppa UEFA.

D’Attoma prepara i
fuochi d’artificio. Che hanno l’effetto di veri e propri petardi
in sagrestia, se si vanno a vedere gli effetti. Come un bimbo, il
presidente si coccola il suo giocattolo e, sempre come un pargolo, ne
vorrebbe di più belli. Di più grandi. Mica facile, direte voi.
Ecco, invece, il colpo di genio che ha aperto la strada verso una
nuova frontiera.

Franco D’Attoma ha
grandi progetti per il suo Perugia e vuole acquistare l’astro
nascente del calcio italiano: Paolo Rossi. “Pablito” s’è messo
in mostra durante i Mondiali in Argentina, trascinando gli azzurri ad
un insperato quarto posto. Dopo che il presidente del Lanerossi
Vicenza, Giussy Farina, l’ha strappato alla Juventus per la cifra
iperbolica di 2 miliardi e 712 milioni, D’Attoma ha bisogno di
soldi, tanti soldi, per perfezionare il passaggio del fenomeno in
maglia biancorossa. Ed è così che chiede aiuto al pastificio
perugino Ponte.

L’accordo è semplice:
in cambio di una cospicua somma di danaro, il logo dell’azienda
sarebbe comparso sulle tute degli atleti. Sembra tutto facile, ma non
è così. La FIGC, difatti, non ignora la presenza del marchio sulle
divise biancorosse, domenica dopo domenica, finché non si ritrova a
sanzionare lo stesso Perugia con la cifra di venti milioni di lire,
in quanto è consentita l’esclusiva presenza del marchio della casa
produttrice delle stesse casacche. Fine dei giochi? Neanche per
sogno!

D’Attoma studia le
contromosse ed “aggira” la norma, dando vita alla linea di maglie firmate Ponte. Il pastificio, da questo momento, diventa anche un’azienda
tessile. Ed il gioco è fatto. Il marchio rossoblù, come per magia,
fa la sua orgogliosa comparsa sulla divisa rossa con colletto bianco
dei perugini. Con tutti i crismi del caso, ora, i biancorossi
diventano ambasciatori domenicali nelle case italiane dell’azienda
perugina. Ed è così che le casse societarie si riempiono di soldi.
Il presidente del Perugia riesce ad ingaggiare proprio Paolo Rossi
con la formula del prestito biennale: 700 milioni a stagione. Il
Paradiso sembra vicino.

Ma non è che il
paradossale quanto beffardo inizio della discesa. Qualcosa s’inceppa
e le cose non vanno come nei programmi. La squadra viene già
eliminata ai sedicesimi di finale di Coppa UEFA dall’Aris
Salonicco. Paolo Rossi mette a segno tredici reti, ma la squadra
subisce la grave perdita del capitano Franco Vannini: un infortunio
lo lascia fuori per tutta la stagione.

Questo, però, non è che
la punta di un iceberg di proporzioni immani: nel marzo del 1980 la
squadra viene travolta dallo scandalo del calcio-scommesse. Ne fanno
le spese lo stesso “Pablito”, oltre a Luciano Zecchini e Mauro
Della Martira
. La squadra è solo una copia sbiadita di quella che un
anno prima stupì l’Italia e viene affondata definitivamente dagli
arresti dei suoi giocatori. Il campionato si conclude con un mesto
decimo posto e gli strascichi del clamore si fanno sentire, pesanti,
anche l’anno successivo. Vengono inflitti ben cinque punti di
penalizzazione: senza nerbo, gli umbri sono spacciati e scivolano
tristemente in Serie B.

Nel lasso di un solo
quinquennio, Perugia divenne croce e delizia del calcio italiano. Uno
dei primi, virtuosi esempi di marketing applicato al mondo sportivo
ed agonistico portò una modesta squadra di provincia a conquistare
il sogno della Serie A. Un contratto di sponsorship permise, per la
prima volta, ad un’azienda di farsi pubblicità sulle maglie di una
squadra di calcio. L’esperimento non ha avuto un lieto fine, è
vero. Ma ha fatto scuola, aprendo le porte ad un mondo che ha
rivoluzionato il gioco del calcio. Forse, il compianto D’Attoma non
avrebbe mai immaginato di “combinarla” così grossa. Forse, oggi,
D’Attoma ne avrebbe fatte ancora delle belle. Forse, come Icaro s’è
avvicinato troppo al sole con le sue ali di cera. Ma in fondo che
cos’è il calcio se non un mondo per uomini che si ostinano a
sognare?

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